Visualizzazione post con etichetta jacob. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta jacob. Mostra tutti i post

domenica 1 aprile 2012

DICHIARAZIONE DI MARIUS JACOB DAVANTI AI GIUDICI.


Signori,
Adesso sapete chi sono: un ribelle che vive del ricavato deu suoi furti. Di piu’. Ho incendiato diversi alberghi e difeso la mia liberta’ contro l’aggressione degli agenti del potere. Ho messo a nudo tutta la mia esistenza di lotta e la sottometto come un problema alle vostre intelligenze. Non riconoscendo a nessuno il diritto di giudicarmi, non imploro ne’ perdono n’e’ indulgenza. Non sollecito cio’ che odio e disprezzo. Siete i piu’ forti, disponete di me come meglio credete. Inviatemi al penitenziario o al patibolo, poco m’importa. Ma prima di separarci, lasciatemi dire un’ultima parola….
Avete chiamato un uomo: ladro e bandito, applicato contro di lui rigori della legge e vi domandate se poteva essere differentemente. Avete mai visto un ricco farsi rapinatore? Non ne ho mai conosciuti. Io, che non sono ne’ ricco ne’ proprietario, non avendo che queste braccia e un cervello per assicurare la mia conservazione, per cui ho duvuto comportarmi diversamente. La societa’ non mi accordava che tre mezzi di esistenza: il lavoro, la mendicita’ e il furto. Il lavoro, al contrario di ripugnarmi, mi piace. L’uomo non puo’ fare a meno di lavorare: i suoi muscoli, il suo cervello, possiedono un insieme di energie che deve smaltire. Cio’ che mi ripugnav era di sudare sangue e acqua per un salario, cioe’ di creare ricchezze dalle quali sarei stato sfruttato. In una parola, mi ripugnava di consegnarmi alla prostituzione del lavoro.. La mendicita’ e l’avvilimento, la negazione di ogni dignita’. Ogni uomo ha il diritto di godere della vita. ‘’Il diritto di vivere non si mendica, si prende’’.
Il furto e’ la restituzione, la ripresa di possesso. Piuttosto di essere chiuso in un’officina come in una prigione, piuttosto di mendicare cio’ a cui avevo diritto, ho preferito insorgere e combattere faccia a faccia i miei nemici, facendo la guerra ai ricchi a attaccando i loro beni. Comprendo che avreste preferito che mi fossi sottomesso alle vostre leggi, che operaio docile avessi creato ricchezze in cambio di un salario miserabile, e che, il corpo sfruttato e il cervello abbruttito, mi fossi lasciato crepare all’angolo di una strada. In quel caso non mi avreste chiamato ‘’bandito cinico’’, ma ‘’onesto operaio’’. Adulandomi mi avreste dato una medaglia al lavoro. I preti promettono un paradiso ai loro fedeli, voi siete meno astratti, promettete loro un pezzo di carta.
Vi ringrazio molto di tanta bonta’, di tanta gratitudine. Signori! Preferisco essere un cinico cosciente dei suoi diriitti che un automa, ma cariatide.
Dal momento in cui ebbi possesso della mia coscienza, mi sono dato al furto senza alcuno scrupolo. Non accetto la vostra pretesa morale che impone il rispetto della proprieta’ come una virtu’, quando i peggiori ladri sono i proprietari stessi.
Ritenetevi fortunati che questo pregiudizio ha preso forza nel popolo, in quanto esso il vostro migliore gendarme. Conoscendo l’impotenza della legge, o per meglio dire, della forza, ne avete fatto il piuì solido dei vostri protettori. Ma, state accorti, ogni cosa finisce. Tutto cio’ che e’ costituito dalla forza e dall’astuzia, l’astuzia e la forza possono demolirlo.
Il popolo si evolve continuamente. Istruiti in questa verita’, coscienti dei loro diritti, tutti i morti di fame, tutti gli sfruttati, in una parola tutte le vostre vittime, si armeranno di un ‘’piede di porco’’ assalendo le vostre case per riprendersi le ricchezze che essi hanno creato e che voi avete rubato.
Riflettendo bene, preferiranno correre ogni rischio invece di ingrassarvi gemendo nella miseria. La prigione…i lavori forzati, il patibolo…non sono prospettive troppo paurose di fronte ad una intera vita di abbruttimento, piena di ogni tipo di sofferenze. Il ragazzo che lotta per un pezzo di pane nelle viscere della terra senza mai vedere brillare il sole, puo’ morire da un momento all’altro, vittima di una esplosione di grisou. Il muratore che lavora sui tetti, puo’ cadere e ridursi in bricciole. Il marinaio conosce il giorno della sua partenza ignora quando fara’ ritorno. Numerosi altri operai contraggono malattie fatali nell’esercizio del loro mestiere, si sfibrano, s’avvelenano, si uccidono nel creare tutto per voi. Fino ai gendarmi, ai poliziotti, alle guardie del corpo, che, per un osso che gettate loro, trovano spesso la morte nella lotta contro i vostri nemici.
Chiusi nel vostro egoismo, restate scettici davanti a questa visione, non e’ vero? Il popolo ha paura, voi dite. Noi lo governiamo con il terrore della repressione, se grida, lo gettiamo in prigione.; se brontola, lo deportiamo, se si agita lo ghigliottiniamo. Cattivo calcolo. Signori, credetemi. Le pene che infliggete non sono un rimedio contro gli atti della rivolta. La repressione invece di essere un rimedio, un palliativo, non fa altro che aggravare il male.
Le misure coercitive non possono che seminare l’odio e la vendetta. E’ un ciclo fatale. Del resto, fin da quando avete cominciato a tagliare teste, a popolare le prigioni e i penitenziari, avete forse impedito all’odio di manifestarsi? Rispondete! I fatti dimostrano la vostra impotenza. Per quanto mi riguarda sapevo esattamente che la mia condotta non poteva avere altra conclusione che il penitenziario o la ghigliottina, eppure, come vedete, non e’ questo che mi ha impedito di agire. Se mi sono dato al furto non e’ per guadagno e per amore del denaro, ma per una questione di principio, di diritto.
Preferisco conservare la mia liberta’, la mia indipendenza, la mia dignita’ di uomo, invece di farmi l’artefice della fortuna del mio padrone. In termini piu’ crudi, senza eufemismi, preferisco essere ladro che essere derubato.
Certo anch’io condanno il fatto che un uomo s’impadronisca violentemente e con l’astuzia del furto dell’altrui lavoro. ‘’Ma e’ proprio per questo che ho fatto guerra ai ricchi, ladri dei beni dei poveri??. Anch’io sarei felice di vivere in una societa’ dove ogni furto non sarebbe impossibile. Non approvo il furto, e l’ho impiegato soltanto come mezzo per combattere il piu’ iniquo di tutti i furti: la proprieta’ individuale.
Per eliminare un effetto, bisogna, preventivamente, distruggere la causa. Se esiste il furto e’ perche’ ‘’tutto’’ appartiene solamente a ‘’qualcuno’’. La lotta scomparira’ solo quando gli uomini metteranno in comune gioe e pene, lavori e ricchezze, quando tutto apparterra’ a tutti’’.
Anarchico rivoluzionario, ho fatto la mia rivoluzione, l’anarchia verra!

Marius Jacob.

sabato 17 marzo 2012

Por que he robado, por Alexandre Marius Jacob


“El robo es la restitución, la recuperación de la posesión. En vez de encerrarme en una fábrica, como en un presidio; en vez de mendigar aquello a lo que tenía derecho, preferí sublevarme y combatir cara a cara a mis enemigos haciendo la guerra a los ricos, atacando sus bienes.”

---Descargar: AQUÍ.
http://www.mediafire.com/?5dblao2ncg0146b

mercoledì 7 marzo 2012

Perché ho rubato Alexandre Marius Jacob


Dal 1900 al 1903 Jacob organizzò con alcuni compagni una banda di ladri con l’ambizione di fare della riappropriazione un’impresa “scientifica”. Per loro il furto non doveva essere una riappropriazione individuale ma un attacco in piena regola contro il mondo dei potenti. In questo arco di tempo la giustizia repertoriò 156 furti commessi da quelli che la stampa dell’epoca battezzò i travailleurs de la nuit. I loro obiettivi erano i ricchi, il progetto era di punirli colpendoli al portafoglio, il loro organo più sensibile.

Lungi dal costruire una fortuna personale, Jacob sovvenzionò generosamente le opere libertarie. Il 21 aprile 1903 fu arrestato non lontano da Abbeville, dopo un colpo andato male.

Il testo che riproduciamo è la dichiarazione pronunciata da Jacob l'8 marzo 1905 al tribunale di Amiens durante il processo alla banda – discorso che la stampa anarchica dell’epoca pubblicò sotto il titolo Perché ho rubato. Il testo, con il titolo Dichiarazione davanti ai giudici, è tratto da “Anarchismo” n. 12, novembre-dicembre 1976.

Per una ricostruzione degli avvenimenti – seppur romanzata – rimandiamo al volume Jacob Alexandre Marius di Bernard Thomas (Edizioni Anarchismo).



Signori,

Adesso sapete chi sono: un ribelle che vive del ricavato dei suoi furti. Di più. Ho incendiato diversi alberghi e difeso la mia libertà contro l’aggressione degli agenti del potere. Ho messo a nudo tutta la mia esistenza di lotta e la sottometto come un problema alle vostre intelligenze. Non riconoscendo a nessuno il diritto di giudicarmi, non imploro né perdono né indulgenza. Non sollecito ciò che odio e che disprezzo. Siete i più forti, disponete di me come meglio credete. Inviatemi al penitenziario o al patibolo, poco m’importa. Ma prima di separarci, lasciatemi dire un’ultima parola...

Avete chiamato un uomo: ladro e bandito, applicate contro di lui i rigori della legge e vi domandate se poteva essere differentemente. Avete mai visto un ricco farsi rapinatore? Non ne ho mai conosciuti. Io, che non sono né ricco né proprietario, non avevo che queste braccia e un cervello per assicurare la mia conservazione, per cui ho dovuto comportarmi diversamente. La società non mi accordava che tre mezzi di esistenza: il lavoro, la mendicità e il furto. Il lavoro, al contrario di ripugnarmi, mi piace. L’uomo non può fare a meno di lavorare: i suoi muscoli, il suo cervello, possiedono un insieme di energie che deve smaltire. Ciò che mi ripugnava era di sudare sangue e acqua per un salario, cioè di creare ricchezze dalle quali sarei stato sfruttato. In una parola, mi ripugnava di consegnarmi alla prostituzione del lavoro. La mendicità è l’avvilimento, la negazione di ogni dignità. Ogni uomo ha il diritto di godere della vita. «Il diritto di vivere non si mendica, si prende».

Il furto è la restituzione, la ripresa di possesso. Piuttosto di essere chiuso in un’officina come in una prigione, piuttosto di mendicare ciò a cui avevo diritto, ho preferito insorgere e combattere faccia a faccia i miei nemici, facendo la guerra ai ricchi e attaccando i loro beni. Comprendo che avreste preferito che mi fossi sottomesso alle vostre leggi, che operaio docile avessi creato ricchezze in cambio di un salario miserabile, e che, il corpo sfruttato e il cervello abbrutito, mi fossi lasciato crepare all’angolo di una strada. In quel caso non mi avreste chiamato “bandito cinico”, ma “onesto operaio”. Adulandomi mi avreste dato la medaglia al lavoro. I preti promettono un paradiso ai loro fedeli, voi siete meno astratti, promettete loro un pezzo di carta.

Vi ringrazio molto di tanta bontà, di tanta gratitudine. Signori! Preferisco essere un cinico cosciente dei suoi diritti che un automa, una cariatide.

Dal momento in cui ebbi possesso della mia coscienza, mi sono dato al furto senza alcuno scrupolo. Non accetto la vostra pretesa morale che impone il rispetto della proprietà come una virtù, quando i peggiori ladri sono i proprietari stessi.

Ritenetevi fortunati che questo pregiudizio ha preso forza nel popolo, in quanto è proprio esso il vostro migliore gendarme. Conoscendo l’impotenza della legge, o per meglio dire, della forza, ne avete fatto il più solido dei vostri protettori. Ma, state accorti, ogni cosa finisce. Tutto ciò che è costruito dalla forza e dall’astuzia, l’astuzia e la forza possono demolirlo.

Il popolo si evolve continuamente. Istruiti in queste verità, coscienti dei loro diritti, tutti i morti di fame, tutti gli sfruttati, in una parola tutte le vostre vittime, si armeranno di un “piede di porco” assalendo le vostre case per riprendere le ricchezze che essi hanno creato e che voi avete rubato. Riflettendo bene, preferiranno correre ogni rischio invece d’ingrassarvi gemendo nella miseria. La prigione... i lavori forzati, il patibolo... non sono prospettive troppo paurose di fronte ad una intera vita di abbrutimento, piena di ogni tipo di sofferenze. Il ragazzo che lotta per un pezzo di pane nelle viscere della terra senza mai vedere brillare il sole, può morire da un momento all’altro, vittima di una esplosione di grisou. Il muratore che lavora sui tetti, può cadere e ridursi in briciole. Il marinaio conosce il giorno della sua partenza ma ignora quando farà ritorno. Numerosi altri operai contraggono malattie fatali nell’esercizio del loro mestiere, si sfibrano, s’avvelenano, si uccidono nel creare tutto per voi. Fino ai gendarmi, ai poliziotti, alle guardie del corpo che, per un osso che gettate loro, trovano spesso la morte nella lotta contro i vostri nemici.

Chiusi nel vostro egoismo, restate scettici davanti a questa visione, non è vero? Il popolo ha paura, voi dite. Noi lo governiamo con il terrore della repressione; se grida, lo gettiamo in prigione; se brontola, lo deportiamo, se si agita lo ghigliottiniamo. Cattivo calcolo, signori, credetemi. Le pene che infliggete non sono un rimedio contro gli atti della rivolta. La repressione, invece di essere un rimedio, un palliativo, non fa altro che aggravare il male.

Le misure coercitive non possono che seminare l’odio e la vendetta. È un ciclo fatale. Del resto, fin da quando avete cominciato a tagliare teste, a popolare le prigioni e i penitenziari, avete forse impedito all’odio di manifestarsi? Rispondete! I fatti dimostrano la vostra impotenza. Per quanto mi riguarda sapevo esattamente che la mia condotta non poteva avere altra conclusione che il penitenziario o la ghigliottina, eppure, come vedete, non è questo che mi ha impedito di agire. Se mi sono dato al furto non è per guadagno o per amore del denaro, ma per una questione di principio, di diritto. Preferisco conservare la mia libertà, la mia indipendenza, la mia dignità di uomo, invece di farmi l’artefice della fortuna del mio padrone. In termini più crudi, senza eufemismi, preferisco essere ladro che essere derubato.

Certo anch’io condanno il fatto che un uomo s’impadronisca violentemente e con l’astuzia del furto dell’altrui lavoro. «Ma è proprio per questo che ho fatto guerra ai ricchi, ladri dei beni dei poveri». Anch’io sarei felice di vivere in una società dove ogni furto fosse impossibile. Non approvo il furto, e l’ho impiegato soltanto come mezzo di rivolta per combattere il più iniquo di tutti i furti: la proprietà individuale.

Per eliminare un effetto bisogna, preventivamente, distruggere la causa. Se esiste il furto è perché “tutto” appartiene solamente a “qualcuno”. «La lotta scomparirà solo quando gli uomini metteranno in comune gioie e pene, lavori e ricchezze, quando tutto apparterrà a tutti».

Anarchico rivoluzionario, ho fatto la mia rivoluzione, l’anarchia verrà!

sabato 19 novembre 2011

Perché ho rubato - Alexandre Marius Jacob


Dal 1900 al 1903 Jacob organizzò con alcuni compagni una banda di ladri con l’ambizione di fare della “riappropriazione” un’impresa “scientifica”. Per loro il furto non doveva essere una riappropriazione individuale ma un attacco in piena regola contro il mondo dei potenti. In questo arco di tempo la giustizia repertoriò 156 furti commessi da quelli che la stampa dell’epoca battezzo i “travailleurs de la nuit”. I loro obiettivi erano i ricchi, il progetto era di punirli colpendoli al portafoglio, il loro organo più sensibile.
Lontano dal costruire una fortuna personale, Jacob aiutò generosamente le opere libertarie. Il 21 aprile 1903 fu arrestato non lontano da Abbeville, dopo un colpo andato male.
Il testo che riproduciamo è la dichiarazione pronunciata da Jacob l'8 marzo 1905 al tribunale di Amiens durante il processo alla banda – discorso che la stampa anarchica dell’epoca pubblicò sotto il titolo di Perché ho rubato. Il testo, con il titolo Dichiarazione davanti ai giudici è tratto da “Anarchismo” n. 12, novembre-dicembre 1976.
Per una ricostruzione degli avvenimenti - seppur romanzata - rimandiamo al volume Jacob Alexandre Marius di Bernard Thomas (Edizioni Anarchismo).

Signori,
Adesso sapete chi sono: un ribelle che vive del ricavato dei suoi furti. Di più. Ho incendiato diversi alberghi e difeso la mia libertà contro l’aggressione degli agenti del potere. Ho messo a nudo tutta la mia esistenza di lotta e la sottometto come un problema alle vostre intelligenze. Non riconoscendo a nessuno il diritto di giudicarmi, non imploro né perdono né indulgenza. Non sollecito ciò che odio e che disprezzo. Siete i più forti, disponete di me come meglio credete. Inviatemi al penitenziario o al patibolo, poco m’importa. Ma prima di separarci, lasciatemi dire un’ultima parola...
Avete chiamato un uomo: ladro e bandito, applicate contro di lui i rigori della legge e vi domandate se poteva essere differentemente. Avete mai visto un ricco farsi rapinatore? Non ne ho mai conosciuti. Io, che non sono né ricco né proprietario, non avevo che queste braccia e un cervello per assicurare la mia conservazione, per cui ho dovuto comportarmi diversamente. La società non mi accordava che tre mezzi di esistenza: il lavoro, la mendicità e il furto. Il lavoro, al contrario di ripugnarmi, mi piace. L’uomo non può fare a meno di lavorare: i suoi muscoli, il suo cervello, possiedono un insieme di energie che deve smaltire. Ciò che mi ripugnava era di sudare sangue e acqua per un salario, cioè di creare ricchezze dalle quali sarei stato sfruttato. In una parola, mi ripugnava di consegnarmi alla prostituzione del lavoro. La mendicità è l’avvilimento, la negazione di ogni dignità. Ogni uomo ha il diritto di godere della vita. “Il diritto di vivere non si mendica, si prende”.
Il furto è la restituzione, la ripresa di possesso. Piuttosto di essere chiuso in un’officina come in una prigione, piuttosto di mendicare ciò a cui avevo diritto, ho preferito insorgere e combattere faccia a faccia i miei nemici, facendo la guerra ai ricchi e attaccando i loro beni. Comprendo che avreste preferito che mi fossi sottomesso alle vostre leggi, che operaio docile avessi creato ricchezze in cambio di un salario miserabile, e che, il corpo sfruttato e il cervello abbrutito, mi fossi lasciato crepare all’angolo di una strada. In quel caso non mi avreste chiamato “bandito cinico”, ma “onesto operaio”. Adulandomi mi avreste dato la medaglia al lavoro. I preti promettono un paradiso ai loro fedeli, voi siete meno astratti, promettete loro un pezzo di carta.
Vi ringrazio molto di tanta bontà, di tanta gratitudine. Signori! Preferisco essere un cinico cosciente dei suoi diritti che un automa, una cariatide.
Dal momento in cui ebbi possesso della mia coscienza, mi sono dato al furto senza alcuno scrupolo. Non accetto la vostra pretesa morale che impone il rispetto della proprietà come una virtù, quando i peggiori ladri sono i proprietari stessi.
Ritenetevi fortunati che questo pregiudizio ha preso forza nel popolo, in quanto è proprio esso il vostro migliore gendarme. Conoscendo l’impotenza della legge, o per meglio dire, della forza, ne avete fatto il più solido dei vostri protettori. Ma, state accorti, ogni cosa finisce. Tutto ciò che è costruito dalla forza e dall’astuzia, l’astuzia e la forza possono demolirlo.
Il popolo si evolve continuamente. Istruiti in queste verità, coscienti dei loro diritti, tutti i morti di fame, tutti gli sfruttati, in una parola tutte le vostre vittime, si armeranno di un “piede di porco” assalendo le vostre case per riprendere le ricchezze che essi hanno creato e che voi avete rubato. Riflettendo bene, preferiranno correre ogni rischio invece d’ingrassarvi gemendo nella miseria. La prigione... i lavori forzati, il patibolo... non sono prospettive troppo paurose di fronte ad una intera vita di abbrutimento, piena di ogni tipo di sofferenze. Il ragazzo che lotta per un pezzo di pane nelle viscere della terra senza mai vedere brillare il sole, può morire da un momento all’altro, vittima di una esplosione di grisou. Il muratore che lavora sui tetti, può cadere e ridursi in briciole. Il marinaio conosce il giorno della sua partenza ignora quando farà ritorno. Numerosi altri operai contraggono malattie fatali nell’esercizio del loro mestiere, si sfibrano, s’avvelenano, si uccidono nel creare tutto per voi. Fino ai gendarmi, ai poliziotti, alle guardie del corpo, che, per un osso che gettate loro, trovano spesso la morte nella lotta contro i vostri nemici.
Chiusi nel vostro egoismo, restate scettici davanti a questa visione, non è vero? Il popolo ha paura, voi dite. Noi lo governiamo con il terrore della repressione; se grida, lo gettiamo in prigione; se brontola, lo deportiamo, se si agita lo ghigliottiniamo. Cattivo calcolo, signori, credetemi. Le pene che infliggete non sono un rimedio contro gli atti della rivolta. La repressione invece di essere un rimedio, un palliativo, non fa altro che aggravare il male.
Le misure coercitive non possono che seminare l’odio e la vendetta. È un ciclo fatale. Del resto, fin da quando avete cominciato a tagliare teste, a popolare le prigioni e i penitenziari, avete forse impedito all’odio di manifestarsi? Rispondete! I fatti dimostrano la vostra impotenza. Per quanto mi riguarda sapevo esattamente che la mia condotta non poteva avere altra conclusione che il penitenziario o la ghigliottina, eppure, come vedete, non è questo che mi ha impedito di agire. Se mi sono dato al furto non è per guadagno o per amore del denaro, ma per una questione di principio, di diritto. Preferisco conservare la mia libertà, la mia indipendenza, la mia dignità di uomo, invece di farmi l’artefice della fortuna del mio padrone. In termini più crudi, senza eufemismi, preferisco essere ladro che essere derubato.
Certo anch’io condanno il fatto che un uomo s’impadronisca violentemente e con l’astuzia del furto dell’altrui lavoro. “Ma è proprio per questo che ho fatto guerra ai ricchi, ladri dei beni dei poveri”. Anch’io sarei felice di vivere in una società dove ogni furto sarebbe impossibile. Non approvo il furto, e l’ho impiegato soltanto come mezzo di rivolta per combattere il più iniquo di tutti i furti: la proprietà individuale.
Per eliminare un effetto, bisogna, preventivamente, distruggere la causa. Se esiste il furto è perché “tutto” appartiene solamente a “qualcuno”. “La lotta scomparirà solo quando gli uomini metteranno in comune gioie e pene, lavori e ricchezze, quando tutto apparterrà a tutti”.
Anarchico rivoluzionario, ho fatto la mia rivoluzione, l’anarchia verrà!

martedì 11 ottobre 2011

Perché ho rubato-Alexandre Marius Jacob


Dal 1900 al 1903 Jacob organizzò con alcuni compagni una banda di ladri con l’ambizione di fare della “riappropriazione” un’impresa “scientifica”. Per loro il furto non doveva essere una riappropriazione individuale ma un attacco in piena regola contro il mondo dei potenti. In questo arco di tempo la giustizia repertoriò 156 furti commessi da quelli che la stampa dell’epoca battezzo i “travailleurs de la nuit”. I loro obiettivi erano i ricchi, il progetto era di punirli colpendoli al portafoglio, il loro organo più sensibile.

Lontano dal costruire una fortuna personale, Jacob aiutò generosamente le opere libertarie. Il 21 aprile 1903 fu arrestato non lontano da Abbeville, dopo un colpo andato male.

Il testo che riproduciamo è la dichiarazione pronunciata da Jacob l'8 marzo 1905 al tribunale di Amiens durante il processo alla banda – discorso che la stampa anarchica dell’epoca pubblicò sotto il titolo di Perché ho rubato. Il testo, con il titolo Dichiarazione davanti ai giudici è tratto da “Anarchismo” n. 12, novembre-dicembre 1976.

Per una ricostruzione degli avvenimenti - seppur romanzata - rimandiamo al volume Jacob Alexandre Marius di Bernard Thomas (Edizioni Anarchismo).



Signori,

Adesso sapete chi sono: un ribelle che vive del ricavato dei suoi furti. Di più. Ho incendiato diversi alberghi e difeso la mia libertà contro l’aggressione degli agenti del potere. Ho messo a nudo tutta la mia esistenza di lotta e la sottometto come un problema alle vostre intelligenze. Non riconoscendo a nessuno il diritto di giudicarmi, non imploro né perdono né indulgenza. Non sollecito ciò che odio e che disprezzo. Siete i più forti, disponete di me come meglio credete. Inviatemi al penitenziario o al patibolo, poco m’importa. Ma prima di separarci, lasciatemi dire un’ultima parola...

Avete chiamato un uomo: ladro e bandito, applicate contro di lui i rigori della legge e vi domandate se poteva essere differentemente. Avete mai visto un ricco farsi rapinatore? Non ne ho mai conosciuti. Io, che non sono né ricco né proprietario, non avevo che queste braccia e un cervello per assicurare la mia conservazione, per cui ho dovuto comportarmi diversamente. La società non mi accordava che tre mezzi di esistenza: il lavoro, la mendicità e il furto. Il lavoro, al contrario di ripugnarmi, mi piace. L’uomo non può fare a meno di lavorare: i suoi muscoli, il suo cervello, possiedono un insieme di energie che deve smaltire. Ciò che mi ripugnava era di sudare sangue e acqua per un salario, cioè di creare ricchezze dalle quali sarei stato sfruttato. In una parola, mi ripugnava di consegnarmi alla prostituzione del lavoro. La mendicità è l’avvilimento, la negazione di ogni dignità. Ogni uomo ha il diritto di godere della vita. “Il diritto di vivere non si mendica, si prende”.

Il furto è la restituzione, la ripresa di possesso. Piuttosto di essere chiuso in un’officina come in una prigione, piuttosto di mendicare ciò a cui avevo diritto, ho preferito insorgere e combattere faccia a faccia i miei nemici, facendo la guerra ai ricchi e attaccando i loro beni. Comprendo che avreste preferito che mi fossi sottomesso alle vostre leggi, che operaio docile avessi creato ricchezze in cambio di un salario miserabile, e che, il corpo sfruttato e il cervello abbrutito, mi fossi lasciato crepare all’angolo di una strada. In quel caso non mi avreste chiamato “bandito cinico”, ma “onesto operaio”. Adulandomi mi avreste dato la medaglia al lavoro. I preti promettono un paradiso ai loro fedeli, voi siete meno astratti, promettete loro un pezzo di carta.

Vi ringrazio molto di tanta bontà, di tanta gratitudine. Signori! Preferisco essere un cinico cosciente dei suoi diritti che un automa, una cariatide.

Dal momento in cui ebbi possesso della mia coscienza, mi sono dato al furto senza alcuno scrupolo. Non accetto la vostra pretesa morale che impone il rispetto della proprietà come una virtù, quando i peggiori ladri sono i proprietari stessi.

Ritenetevi fortunati che questo pregiudizio ha preso forza nel popolo, in quanto è proprio esso il vostro migliore gendarme. Conoscendo l’impotenza della legge, o per meglio dire, della forza, ne avete fatto il più solido dei vostri protettori. Ma, state accorti, ogni cosa finisce. Tutto ciò che è costruito dalla forza e dall’astuzia, l’astuzia e la forza possono demolirlo.

Il popolo si evolve continuamente. Istruiti in queste verità, coscienti dei loro diritti, tutti i morti di fame, tutti gli sfruttati, in una parola tutte le vostre vittime, si armeranno di un “piede di porco” assalendo le vostre case per riprendere le ricchezze che essi hanno creato e che voi avete rubato. Riflettendo bene, preferiranno correre ogni rischio invece d’ingrassarvi gemendo nella miseria. La prigione... i lavori forzati, il patibolo... non sono prospettive troppo paurose di fronte ad una intera vita di abbrutimento, piena di ogni tipo di sofferenze. Il ragazzo che lotta per un pezzo di pane nelle viscere della terra senza mai vedere brillare il sole, può morire da un momento all’altro, vittima di una esplosione di grisou. Il muratore che lavora sui tetti, può cadere e ridursi in briciole. Il marinaio conosce il giorno della sua partenza ignora quando farà ritorno. Numerosi altri operai contraggono malattie fatali nell’esercizio del loro mestiere, si sfibrano, s’avvelenano, si uccidono nel creare tutto per voi. Fino ai gendarmi, ai poliziotti, alle guardie del corpo, che, per un osso che gettate loro, trovano spesso la morte nella lotta contro i vostri nemici.

Chiusi nel vostro egoismo, restate scettici davanti a questa visione, non è vero? Il popolo ha paura, voi dite. Noi lo governiamo con il terrore della repressione; se grida, lo gettiamo in prigione; se brontola, lo deportiamo, se si agita lo ghigliottiniamo. Cattivo calcolo, signori, credetemi. Le pene che infliggete non sono un rimedio contro gli atti della rivolta. La repressione invece di essere un rimedio, un palliativo, non fa altro che aggravare il male.

Le misure coercitive non possono che seminare l’odio e la vendetta. È un ciclo fatale. Del resto, fin da quando avete cominciato a tagliare teste, a popolare le prigioni e i penitenziari, avete forse impedito all’odio di manifestarsi? Rispondete! I fatti dimostrano la vostra impotenza. Per quanto mi riguarda sapevo esattamente che la mia condotta non poteva avere altra conclusione che il penitenziario o la ghigliottina, eppure, come vedete, non è questo che mi ha impedito di agire. Se mi sono dato al furto non è per guadagno o per amore del denaro, ma per una questione di principio, di diritto. Preferisco conservare la mia libertà, la mia indipendenza, la mia dignità di uomo, invece di farmi l’artefice della fortuna del mio padrone. In termini più crudi, senza eufemismi, preferisco essere ladro che essere derubato.

Certo anch’io condanno il fatto che un uomo s’impadronisca violentemente e con l’astuzia del furto dell’altrui lavoro. “Ma è proprio per questo che ho fatto guerra ai ricchi, ladri dei beni dei poveri”. Anch’io sarei felice di vivere in una società dove ogni furto sarebbe impossibile. Non approvo il furto, e l’ho impiegato soltanto come mezzo di rivolta per combattere il più iniquo di tutti i furti: la proprietà individuale.

Per eliminare un effetto, bisogna, preventivamente, distruggere la causa. Se esiste il furto è perché “tutto” appartiene solamente a “qualcuno”. “La lotta scomparirà solo quando gli uomini metteranno in comune gioie e pene, lavori e ricchezze, quando tutto apparterrà a tutti”.

Anarchico rivoluzionario, ho fatto la mia rivoluzione, l’anarchia verrà!

http://www.finimondo.org/node/428

domenica 9 ottobre 2011

Por que he robado (libro)


Alexandre Marius Jacob
"El robo es la restitución, la recuperación de la posesión. En vez de encerrarme en una fábrica, como en un presidio; en vez de mendigar aquello a lo que tenía derecho, preferí sublevarme y combatir cara a cara a mis enemigos haciendo la guerra a los ricos, atacando sus bienes."

-DESCARGAR
http://www.megaupload.com/?d=OEZALF0I

giovedì 6 ottobre 2011

Perché ho rubato-Alexandre Marius Jacob


Dal 1900 al 1903 Jacob organizzò con alcuni compagni una banda di ladri con l’ambizione di fare della “riappropriazione” un’impresa “scientifica”. Per loro il furto non doveva essere una riappropriazione individuale ma un attacco in piena regola contro il mondo dei potenti. In questo arco di tempo la giustizia repertoriò 156 furti commessi da quelli che la stampa dell’epoca battezzo i “travailleurs de la nuit”. I loro obiettivi erano i ricchi, il progetto era di punirli colpendoli al portafoglio, il loro organo più sensibile.

Lontano dal costruire una fortuna personale, Jacob aiutò generosamente le opere libertarie. Il 21 aprile 1903 fu arrestato non lontano da Abbeville, dopo un colpo andato male.

Il testo che riproduciamo è la dichiarazione pronunciata da Jacob l'8 marzo 1905 al tribunale di Amiens durante il processo alla banda – discorso che la stampa anarchica dell’epoca pubblicò sotto il titolo di Perché ho rubato. Il testo, con il titolo Dichiarazione davanti ai giudici è tratto da “Anarchismo” n. 12, novembre-dicembre 1976.

Per una ricostruzione degli avvenimenti - seppur romanzata - rimandiamo al volume Jacob Alexandre Marius di Bernard Thomas (Edizioni Anarchismo).



Signori,

Adesso sapete chi sono: un ribelle che vive del ricavato dei suoi furti. Di più. Ho incendiato diversi alberghi e difeso la mia libertà contro l’aggressione degli agenti del potere. Ho messo a nudo tutta la mia esistenza di lotta e la sottometto come un problema alle vostre intelligenze. Non riconoscendo a nessuno il diritto di giudicarmi, non imploro né perdono né indulgenza. Non sollecito ciò che odio e che disprezzo. Siete i più forti, disponete di me come meglio credete. Inviatemi al penitenziario o al patibolo, poco m’importa. Ma prima di separarci, lasciatemi dire un’ultima parola...

Avete chiamato un uomo: ladro e bandito, applicate contro di lui i rigori della legge e vi domandate se poteva essere differentemente. Avete mai visto un ricco farsi rapinatore? Non ne ho mai conosciuti. Io, che non sono né ricco né proprietario, non avevo che queste braccia e un cervello per assicurare la mia conservazione, per cui ho dovuto comportarmi diversamente. La società non mi accordava che tre mezzi di esistenza: il lavoro, la mendicità e il furto. Il lavoro, al contrario di ripugnarmi, mi piace. L’uomo non può fare a meno di lavorare: i suoi muscoli, il suo cervello, possiedono un insieme di energie che deve smaltire. Ciò che mi ripugnava era di sudare sangue e acqua per un salario, cioè di creare ricchezze dalle quali sarei stato sfruttato. In una parola, mi ripugnava di consegnarmi alla prostituzione del lavoro. La mendicità è l’avvilimento, la negazione di ogni dignità. Ogni uomo ha il diritto di godere della vita. “Il diritto di vivere non si mendica, si prende”.

Il furto è la restituzione, la ripresa di possesso. Piuttosto di essere chiuso in un’officina come in una prigione, piuttosto di mendicare ciò a cui avevo diritto, ho preferito insorgere e combattere faccia a faccia i miei nemici, facendo la guerra ai ricchi e attaccando i loro beni. Comprendo che avreste preferito che mi fossi sottomesso alle vostre leggi, che operaio docile avessi creato ricchezze in cambio di un salario miserabile, e che, il corpo sfruttato e il cervello abbrutito, mi fossi lasciato crepare all’angolo di una strada. In quel caso non mi avreste chiamato “bandito cinico”, ma “onesto operaio”. Adulandomi mi avreste dato la medaglia al lavoro. I preti promettono un paradiso ai loro fedeli, voi siete meno astratti, promettete loro un pezzo di carta.

Vi ringrazio molto di tanta bontà, di tanta gratitudine. Signori! Preferisco essere un cinico cosciente dei suoi diritti che un automa, una cariatide.

Dal momento in cui ebbi possesso della mia coscienza, mi sono dato al furto senza alcuno scrupolo. Non accetto la vostra pretesa morale che impone il rispetto della proprietà come una virtù, quando i peggiori ladri sono i proprietari stessi.

Ritenetevi fortunati che questo pregiudizio ha preso forza nel popolo, in quanto è proprio esso il vostro migliore gendarme. Conoscendo l’impotenza della legge, o per meglio dire, della forza, ne avete fatto il più solido dei vostri protettori. Ma, state accorti, ogni cosa finisce. Tutto ciò che è costruito dalla forza e dall’astuzia, l’astuzia e la forza possono demolirlo.

Il popolo si evolve continuamente. Istruiti in queste verità, coscienti dei loro diritti, tutti i morti di fame, tutti gli sfruttati, in una parola tutte le vostre vittime, si armeranno di un “piede di porco” assalendo le vostre case per riprendere le ricchezze che essi hanno creato e che voi avete rubato. Riflettendo bene, preferiranno correre ogni rischio invece d’ingrassarvi gemendo nella miseria. La prigione... i lavori forzati, il patibolo... non sono prospettive troppo paurose di fronte ad una intera vita di abbrutimento, piena di ogni tipo di sofferenze. Il ragazzo che lotta per un pezzo di pane nelle viscere della terra senza mai vedere brillare il sole, può morire da un momento all’altro, vittima di una esplosione di grisou. Il muratore che lavora sui tetti, può cadere e ridursi in briciole. Il marinaio conosce il giorno della sua partenza ignora quando farà ritorno. Numerosi altri operai contraggono malattie fatali nell’esercizio del loro mestiere, si sfibrano, s’avvelenano, si uccidono nel creare tutto per voi. Fino ai gendarmi, ai poliziotti, alle guardie del corpo, che, per un osso che gettate loro, trovano spesso la morte nella lotta contro i vostri nemici.

Chiusi nel vostro egoismo, restate scettici davanti a questa visione, non è vero? Il popolo ha paura, voi dite. Noi lo governiamo con il terrore della repressione; se grida, lo gettiamo in prigione; se brontola, lo deportiamo, se si agita lo ghigliottiniamo. Cattivo calcolo, signori, credetemi. Le pene che infliggete non sono un rimedio contro gli atti della rivolta. La repressione invece di essere un rimedio, un palliativo, non fa altro che aggravare il male.

Le misure coercitive non possono che seminare l’odio e la vendetta. È un ciclo fatale. Del resto, fin da quando avete cominciato a tagliare teste, a popolare le prigioni e i penitenziari, avete forse impedito all’odio di manifestarsi? Rispondete! I fatti dimostrano la vostra impotenza. Per quanto mi riguarda sapevo esattamente che la mia condotta non poteva avere altra conclusione che il penitenziario o la ghigliottina, eppure, come vedete, non è questo che mi ha impedito di agire. Se mi sono dato al furto non è per guadagno o per amore del denaro, ma per una questione di principio, di diritto. Preferisco conservare la mia libertà, la mia indipendenza, la mia dignità di uomo, invece di farmi l’artefice della fortuna del mio padrone. In termini più crudi, senza eufemismi, preferisco essere ladro che essere derubato.

Certo anch’io condanno il fatto che un uomo s’impadronisca violentemente e con l’astuzia del furto dell’altrui lavoro. “Ma è proprio per questo che ho fatto guerra ai ricchi, ladri dei beni dei poveri”. Anch’io sarei felice di vivere in una società dove ogni furto sarebbe impossibile. Non approvo il furto, e l’ho impiegato soltanto come mezzo di rivolta per combattere il più iniquo di tutti i furti: la proprietà individuale.

Per eliminare un effetto, bisogna, preventivamente, distruggere la causa. Se esiste il furto è perché “tutto” appartiene solamente a “qualcuno”. “La lotta scomparirà solo quando gli uomini metteranno in comune gioie e pene, lavori e ricchezze, quando tutto apparterrà a tutti”.

Anarchico rivoluzionario, ho fatto la mia rivoluzione, l’anarchia verrà!

http://www.finimondo.org/node/428

mercoledì 5 ottobre 2011

Perché ho rubato-Alexandre Marius Jacob


Dal 1900 al 1903 Jacob organizzò con alcuni compagni una banda di ladri con l’ambizione di fare della “riappropriazione” un’impresa “scientifica”. Per loro il furto non doveva essere una riappropriazione individuale ma un attacco in piena regola contro il mondo dei potenti. In questo arco di tempo la giustizia repertoriò 156 furti commessi da quelli che la stampa dell’epoca battezzo i “travailleurs de la nuit”. I loro obiettivi erano i ricchi, il progetto era di punirli colpendoli al portafoglio, il loro organo più sensibile.

Lontano dal costruire una fortuna personale, Jacob aiutò generosamente le opere libertarie. Il 21 aprile 1903 fu arrestato non lontano da Abbeville, dopo un colpo andato male.

Il testo che riproduciamo è la dichiarazione pronunciata da Jacob l'8 marzo 1905 al tribunale di Amiens durante il processo alla banda – discorso che la stampa anarchica dell’epoca pubblicò sotto il titolo di Perché ho rubato. Il testo, con il titolo Dichiarazione davanti ai giudici è tratto da “Anarchismo” n. 12, novembre-dicembre 1976.

Per una ricostruzione degli avvenimenti - seppur romanzata - rimandiamo al volume Jacob Alexandre Marius di Bernard Thomas (Edizioni Anarchismo).



Signori,

Adesso sapete chi sono: un ribelle che vive del ricavato dei suoi furti. Di più. Ho incendiato diversi alberghi e difeso la mia libertà contro l’aggressione degli agenti del potere. Ho messo a nudo tutta la mia esistenza di lotta e la sottometto come un problema alle vostre intelligenze. Non riconoscendo a nessuno il diritto di giudicarmi, non imploro né perdono né indulgenza. Non sollecito ciò che odio e che disprezzo. Siete i più forti, disponete di me come meglio credete. Inviatemi al penitenziario o al patibolo, poco m’importa. Ma prima di separarci, lasciatemi dire un’ultima parola...

Avete chiamato un uomo: ladro e bandito, applicate contro di lui i rigori della legge e vi domandate se poteva essere differentemente. Avete mai visto un ricco farsi rapinatore? Non ne ho mai conosciuti. Io, che non sono né ricco né proprietario, non avevo che queste braccia e un cervello per assicurare la mia conservazione, per cui ho dovuto comportarmi diversamente. La società non mi accordava che tre mezzi di esistenza: il lavoro, la mendicità e il furto. Il lavoro, al contrario di ripugnarmi, mi piace. L’uomo non può fare a meno di lavorare: i suoi muscoli, il suo cervello, possiedono un insieme di energie che deve smaltire. Ciò che mi ripugnava era di sudare sangue e acqua per un salario, cioè di creare ricchezze dalle quali sarei stato sfruttato. In una parola, mi ripugnava di consegnarmi alla prostituzione del lavoro. La mendicità è l’avvilimento, la negazione di ogni dignità. Ogni uomo ha il diritto di godere della vita. “Il diritto di vivere non si mendica, si prende”.

Il furto è la restituzione, la ripresa di possesso. Piuttosto di essere chiuso in un’officina come in una prigione, piuttosto di mendicare ciò a cui avevo diritto, ho preferito insorgere e combattere faccia a faccia i miei nemici, facendo la guerra ai ricchi e attaccando i loro beni. Comprendo che avreste preferito che mi fossi sottomesso alle vostre leggi, che operaio docile avessi creato ricchezze in cambio di un salario miserabile, e che, il corpo sfruttato e il cervello abbrutito, mi fossi lasciato crepare all’angolo di una strada. In quel caso non mi avreste chiamato “bandito cinico”, ma “onesto operaio”. Adulandomi mi avreste dato la medaglia al lavoro. I preti promettono un paradiso ai loro fedeli, voi siete meno astratti, promettete loro un pezzo di carta.

Vi ringrazio molto di tanta bontà, di tanta gratitudine. Signori! Preferisco essere un cinico cosciente dei suoi diritti che un automa, una cariatide.

Dal momento in cui ebbi possesso della mia coscienza, mi sono dato al furto senza alcuno scrupolo. Non accetto la vostra pretesa morale che impone il rispetto della proprietà come una virtù, quando i peggiori ladri sono i proprietari stessi.

Ritenetevi fortunati che questo pregiudizio ha preso forza nel popolo, in quanto è proprio esso il vostro migliore gendarme. Conoscendo l’impotenza della legge, o per meglio dire, della forza, ne avete fatto il più solido dei vostri protettori. Ma, state accorti, ogni cosa finisce. Tutto ciò che è costruito dalla forza e dall’astuzia, l’astuzia e la forza possono demolirlo.

Il popolo si evolve continuamente. Istruiti in queste verità, coscienti dei loro diritti, tutti i morti di fame, tutti gli sfruttati, in una parola tutte le vostre vittime, si armeranno di un “piede di porco” assalendo le vostre case per riprendere le ricchezze che essi hanno creato e che voi avete rubato. Riflettendo bene, preferiranno correre ogni rischio invece d’ingrassarvi gemendo nella miseria. La prigione... i lavori forzati, il patibolo... non sono prospettive troppo paurose di fronte ad una intera vita di abbrutimento, piena di ogni tipo di sofferenze. Il ragazzo che lotta per un pezzo di pane nelle viscere della terra senza mai vedere brillare il sole, può morire da un momento all’altro, vittima di una esplosione di grisou. Il muratore che lavora sui tetti, può cadere e ridursi in briciole. Il marinaio conosce il giorno della sua partenza ignora quando farà ritorno. Numerosi altri operai contraggono malattie fatali nell’esercizio del loro mestiere, si sfibrano, s’avvelenano, si uccidono nel creare tutto per voi. Fino ai gendarmi, ai poliziotti, alle guardie del corpo, che, per un osso che gettate loro, trovano spesso la morte nella lotta contro i vostri nemici.

Chiusi nel vostro egoismo, restate scettici davanti a questa visione, non è vero? Il popolo ha paura, voi dite. Noi lo governiamo con il terrore della repressione; se grida, lo gettiamo in prigione; se brontola, lo deportiamo, se si agita lo ghigliottiniamo. Cattivo calcolo, signori, credetemi. Le pene che infliggete non sono un rimedio contro gli atti della rivolta. La repressione invece di essere un rimedio, un palliativo, non fa altro che aggravare il male.

Le misure coercitive non possono che seminare l’odio e la vendetta. È un ciclo fatale. Del resto, fin da quando avete cominciato a tagliare teste, a popolare le prigioni e i penitenziari, avete forse impedito all’odio di manifestarsi? Rispondete! I fatti dimostrano la vostra impotenza. Per quanto mi riguarda sapevo esattamente che la mia condotta non poteva avere altra conclusione che il penitenziario o la ghigliottina, eppure, come vedete, non è questo che mi ha impedito di agire. Se mi sono dato al furto non è per guadagno o per amore del denaro, ma per una questione di principio, di diritto. Preferisco conservare la mia libertà, la mia indipendenza, la mia dignità di uomo, invece di farmi l’artefice della fortuna del mio padrone. In termini più crudi, senza eufemismi, preferisco essere ladro che essere derubato.

Certo anch’io condanno il fatto che un uomo s’impadronisca violentemente e con l’astuzia del furto dell’altrui lavoro. “Ma è proprio per questo che ho fatto guerra ai ricchi, ladri dei beni dei poveri”. Anch’io sarei felice di vivere in una società dove ogni furto sarebbe impossibile. Non approvo il furto, e l’ho impiegato soltanto come mezzo di rivolta per combattere il più iniquo di tutti i furti: la proprietà individuale.

Per eliminare un effetto, bisogna, preventivamente, distruggere la causa. Se esiste il furto è perché “tutto” appartiene solamente a “qualcuno”. “La lotta scomparirà solo quando gli uomini metteranno in comune gioie e pene, lavori e ricchezze, quando tutto apparterrà a tutti”.

Anarchico rivoluzionario, ho fatto la mia rivoluzione, l’anarchia verrà!

http://www.finimondo.org/node/428

martedì 6 settembre 2011

Un guiño a la historia (VII): Marius Jacob, un "trabajador de la noche" rebelde.


Alexandre Jacob (1879-1954), conocido como Marius Jacob, fue un anarquista ilegalista francés. Ladrón inteligente dotado de un agudo sentido del humor...

Duros comienzos

Jacob nació en 1879 en Marsella, en el seno de una familia obrera. A la edad de doce se enroló en un viaje como aprendiz de marinero que lo llevaría a Sídney, donde desertó de la tripulación. Más tarde diría de su viaje: "Yo vi mundo, y no es hermoso". Tras un breve periodo como pirata, que pronto rechazó por ser un mundo demasiado cruel, volvió a Marsella en 1897 y dejó la vida marinera definitivamente, afectado de fiebres que lo acompañarían por el resto de su vida. Siendo aprendiz de tipógrafo acudió a reuniones anarquistas, donde conoció a su futura esposa Rose.

El socialismo parlamentario de finales del siglo XIX se oponía, a menudo violentamente, al anarquismo. Desde el socialismo se pretendía lograr poder legalmente a través de los procesos electorales; desde el anarquismo sin embargo se entendía que la justicia social no era algo que se pudiera alcanzar desde la estructura del poder existente, sino que debía ser arrebatado por la clase obrera. En la Europa de la Belle Époque, tras la represión de la Comuna de París, las revueltas solían consistir en actos individuales de violencia, a menudo dirigidos contra reyes, políticos, soldados, oficiales de policía, tiranos y magistrados. Numerosos militantes anarquistas fueron encarcelados y guillotinados. Hombres como Ravachol, considerados por mucha gente terroristas, fueron condenados a muerte.

Pillado con explosivos tras una serie de robos menores, Jacob fue condenado a seis meses de prisión, tras los cuales tuvo dificultades para reintegrarse. A partir de ese punto, eligió un "ilegalismo pacifista".

Actividades

En Toulon, el día 3 de julio de 1899, Jacob fingió sufrir alucinaciones para evitar una pena de cinco años de reclusión. El 19 de abril de 1900 escapó del manicomio de Aix-en-Provence con la ayuda de un enfermero y se refugió en Sète. Allí organizó una banda de hombres que se llamaba "los trabajadores de la noche". Los principios eran sencillos: no se asesina excepto para proteger la propia vida y libertad de la policía; se roba sólo de los considerados parásitos sociales -empresarios, jueces, soldados y el clero- pero nunca a quienes llevan a cabo profesiones consideradas útiles -arquitectos, médicos, artistas, etcétera-; finalmente, un porcentaje del dinero robado se dona a la causa anarquista. Jacob eligió evitar trabajar con anarquistas idealistas y en lugar de ello se rodeó de compañeros ilegalistas.

Para comprobar que quien pretendían atracar cumplía sus domicilios, la banda de Jacob introducían trozos de papel bajo la puerta y volvían al día siguiente para comprobar si el papel seguía en su sitio. Además, Jacob se volvió un experto en forzar cerraduras de puertas y cajas fuerte. Otro inteligente método criminal consistía en entrar a apartamentos por el suelo desde el techo del piso inferior. Jacob introducía un paraguas por un pequeño agujero practicado en el techo, de manera que una vez insertado el paraguas podía abrirse para recoger los escombros y amortiguar el ruido producido al romper el techo.

Entre 1900 y 1903, operando con grupos de dos a cuatro personas, Jacob efectuó más de 150 robos en París, provincias circundantes e incluso el extranjero. Pero Jacob comenzó a sentir que la suya era una causa perdida. Un día, mientras intentaba convencer a un obrero de que se uniera al anarquismo, Jacob recibió una respuesta significativa: "¿Y mi jubilación?".

El 21 de abril de 1903, una operación llevada a cabo en Abbeville se complicó. Habiendo asesinado un oficial de policía para poder escapar, Jacob y sus dos cómplices fueron capturados. Dos años más tarde, en Amiens, Jacob fue juzgado. Militantes y simpatizantes anarquistas acudieron en masa a la ciudad para crear una platarorma para sus ideas. "Sabéis quién soy: un rebelde, que vive de sus robos". Escapó de la guillotina pero fue condenado a una vida de trabajos forzados en Cayenne.

Trabajos forzados y resurrección
En Cayenne, Jacob mantuvo correspondencia con su madre, Marie, que nunca abandonó a su hijo. Intentó escapar 17 veces sin éxito.

Tras la abolición en todo el país de los trabajos forzados (inspirada en los escritos de Albert Londres), Jacob regresó a la ciudad, donde sufrió de depresión hasta 1927, tras la cual se mudó al valle del Loira donde se volvió comercial ambulante y volvió a casarse (Rose había muerto durante su tiempo en la prisión).

En 1929 a Jacob le presentaron a Louis Lecoin, director del periódico Libertaire. Los dos hombres forjaron una amistad para toda la vida. Tras los apoyos internacionales a los prisioneros anarquistas Sacco y Vanzetti, promovieron la campaña contra la extradición de Durruti, a quien le esperaba la pena de muerte en España. En 1936 Jacob fue a Barcelona con la intención de ayudar a la CNT, pero convencido de que no había esperanza en la Guerra Civil Española volvió a la vida mercantil francesa.

Aunque no se implicó directamente en la resistencia francesa (había muy pocas redes específicamente anarquistas, a pesar de que algunos libertarios, principalemente españoles, participaron en el movimiento), fugitivos de la resistencia tuvieron siempre un refugio en su casa. Tras la muerte de su madre (1941) y la de su esposa (1947), rodeado de amigos y camaradas, Jacob nunca renunció a su estilo de vida ni a sus opiniones.

Recomendamos la lectura del libro "Por qué he robado y otros escritos" de la editorial Pepitas de Calabaza, y "Jacob, recuerdos de un rebelde" de la editorial Txalaparta escrito por Bernhard Tomas.

http://ni-hil.blogspot.com/