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domenica 29 aprile 2012

Bruno Filippi – Scritti Postumi


Dall’Introduzione
A Milano, la sera del 7 Settembre 1919, verso le ore 21, mentre la Galleria V. E., il Caffè Biffi e tutti gli altri ritrovi rigurgitavano oscenamente della solita «gente onesta» composta da puttane d’alto rango, ruffiani e simili pesci-canaglia, un giovane dimessamente vestito saliva le scale del palazzo ove ha sede il «Club del Nobili» recando un involto. Improvvisamente una spaventevole esplosione gettava lo scompiglio e il terrore fra i tremebondi eroi dell’«andate e noi vi riforniremo». Una bomba – l’involto che il giovane dimessamente vestito portava seco – era incidentalmente esplosa «prima del tempo» riducendo in brandelli colui che la portava e che veniva poi identificato per l’anarchico diciannovenne Bruno Filippi. Noi che lo avemmo come collaboratore assiduo e lo amammo come compagno, inviamo a Colui che ha gettato «gli atomi della 6 propria vita nella ridda urlante della fiamma» il nostro reverente saluto. Da ICONOCLASTA!
La presente pubblicazione comprende la ristampa integrale degli “SCRITTI POSTUMI DI BRUNO FILIPPI” editi a cura della Rivista “ICONOCLASTA” – Pistoia Tipografia F.lli Ciattini 1920 – sotto il titolo “I GRANDI ICONOCLASTI”, un “profilo spirituale a modo di prefazione” scritto da Carlo Molaschi ed una prefazione aggiunta da “I Compilatori” alle “Lettere dal carcere” di B. F. ai propri genitori. Non sappiamo se gli autori di queste prefazioni nutriranno ancora le stesse opinioni che a tale proposito dichiararono di professare in quell’epoca e in quella occasione, ma nel caso contrario, – cosa che non ci auguriamo – facciamo nostre quelle idee e quelle opinioni, perchè tali erano per noi a quel tempo, e tali sono rimaste, senza tema di essere tacciati di “appropriazione indebita” per velleità polemica….. Se è vero che all’indomani del “gesto improduttivo” compiuto dal nostro indimenticabile compagno, tanto giovane di anni, ma già anziano e maturato dall’esperienza della cruda realtà, la stampa “onesta” ricoprì di calunnie e di fango quella Grande Anima inquieta e insofferente di tutte le brutture della guerra appena conclusa e di quelle di cui già se ne tesseva la trama in uno di quegli ambienti ove si verificò quell’azione, che se pure rimasta “incompiuta” fu un indice sicuro dei focolai di incubazione del cancro fascista che preventivamente sarebbe stato necessario estirpare alle radici, e senza pietà, anche nel campo anarchico vi furono voci “cospicue” troppo cristianeggianti che deprecarono quel “gesto” come manifestazione di un folle traviato dalla lettura di libri “mal digeriti”. Del resto son quegli stessi che avevano già prima condannato la violenza individuale come “incivile e vergognosa”. Sicuro: quando “il buon senso” e “la logica” prevalgono, tutto si comprende…. Ed ancor oggi, forse più di ieri, si giudica il “caso” Filippi a quella stessa stregua. Ci si è detto di recente che il “fatto” individuale è antisociale e “controproducente” perchè non ha alcun effetto “costruttivo” per la massa in generale e nel caso specifico, B. F. fu per queste loro considerazioni un “fuorviato”. Forse possono avere anche ragione. Infatti pure per noi, sono “fuorviati” tutti coloro che, partecipi della immensa ed informe massa umana che incede lentamente, senza volontà, sospinta per forza d’inerzia sulla grande strada piatta ed infinita della Storia della “Plebe”, sotto il cielo plumbeo ed opprimente dell’abulìa che nasconde un orizzonte irraggiungibile e senza speranza, riescono a svincolarsi da quell’orrenda “Camicia di Nesso” che tutti attosca, e violata la “sacra” barriera marginale, costituita e cementata dalla legge, dalla morale, dal conformismo e da tutti gli artifici che tengono incatenato “l’individuo” allo scoglio dell’obbedienza, s’inerpicano su balze e dirupi per raggiungere le alture ove l’aria è purissima ed il Sole della Libertà vi risplende con i suoi raggi di luce e di fuoco pur rischiando di rimanerne inceneriti in un sublime amplesso di liberazione.
ESCHINI TITO – LATINI LATO Dicembre 1950.


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http://www.mediafire.com/?tc9xxhcj3vjvkf3

sabato 21 aprile 2012

Il me faut vivre ma vie - Bruno Filippi

Io non credo al diritto. La vita, che è tutta una manifestazione di forze incoerenti, inconosciute e inconoscibili, nega l’artificiosità umana del diritto. Il diritto nacque quando ci fu tolto infatti in origine l’umanità non aveva nessun diritto. Viveva, ecco tutto. Oggi invece di diritti ve ne sono migliaia; si può dire senza errare che tutto ciò che ci manca si chiama diritto.
Io so che vivo e che voglio vivere.
È molto difficile mettere in azione questo voglio. Siamo circondati da un’umanità che vuole quello che vogliono gli altri. La mia affermazione isolata è delitto de’ più gravi.
Legge e morale, a gara, m’intimoriscono e persuadono.
Il “biondo rabbi” ha trionfato.
Si prega, s’implora, si bestemmia, ma non si osa.
La vigliaccheria, carezzata dal cristianesimo, crea la morale, e questa giustifica la viltà e genera la rinuncia.
Ma questo desiderio di vivere, questa volontà, vuole pure svolgersi. Il cristiano si guarda bene in giro, osserva se nessuno lo guarda, e tremando compie il peccato. Così la vita è peccato; il desiderio: peccato; l’amore: peccato. Ecco l’inversione.
«Sgualdrina, femmina da tutti, non vergognarti del mondo. Tu sei franca e leale. Offri ciò che è tuo a chi compra, non dai né togli illusioni.
La società, invece, onesta e pulita nel viso, e incancrenita orrendamente nel corpo, m’eccita il vomito, l’orrore, mi fa schifo, m’uccide …».
Io invidio i selvaggi. E potessi gridare loro a gran voce: «Salvatevi, arriva la civiltà!»
Sicuro: la nostra cara civiltà di cui andiamo tanto alteri! Abbiamo abbandonato la libera e felice vita delle selve per questa orrenda schiavitù morale e materiale. E siamo maniaci, nevrastenici e suicidi.
Che m’importa che la civiltà abbia dato le ali all’uomo per bombardare le città, che m’importa di sapere le stelle del cielo e i fiumi della terra?
Ieri non c’erano i codici, è vero, e a quanto pare si faceva giustizia sommaria.
Barbari tempi! Oggi invece si accoppa la gente con la sedia elettrica, a meno che la filantropia di Beccaria non la torturi per tutta la vita entro un ergastolo.
Ma io ve la lascio la vostra sapienza e i vostri 420, vi lascio Sottomarini e Caproni. Ma ridatemi la bella libertà, la mia ignoranza, la mia vigoria. Ieri il cielo era bello da guardare; lo mirava lo sguardo dell’inconscio.
Oggi la volta stellata è un velo plumbeo che ci sforziamo invano di passare, oggi non si ignora più, si dubita.
Tutti questi filosofi, questi scienziati, che fanno?
Che delitti meditano ancora verso l’umanità? Io me ne frego del loro progresso, io voglio vivere e godere!
«Scimmia delle foreste bornesi, Darwin ti ha calunniato!»
Intanto tutto il mio essere mi urla: «Voglio vivere!»
Mi strappo dalla fronte le spine della rinuncia cristiana e bevo il profumo delle rose.
Sto bene ora. Sono lieto di vivere!
Fischiano le sirene e la folla beata va allo scannatoio.
E tu pure o ribelle sali il tuo calvario, tu pure sei bacato!
Come invidio il grande Bonnot!
«Il me faut vivre ma vie!»
È inutile, sono bacato. La società mi ha vinto. E odio. Odio forsennatamente questa umanità bruta che mi ha ucciso, che ha fatto di me una scorza d’uomo.
Vorrei potermi mutare in lupo, per affondare denti e artigli, in un'orgia di distruzione, nel ventre putrido della società.
 
[da Iconoclasta!, n. 4 del 2 luglio 1919

venerdì 30 marzo 2012

Bruno Filippi – Arte libera di uno spirito libero.



Falange di tisici cronici più moralmente che fisicamente, microcefali, zoppi, gobbi, ciechi, visi orrendi, scolpiti dal vizio, dalla sifilide, dall’alcool.

Bocche sdentate, gialle, bavose, a che vomitate contro me orrendi improperi?

Tutto l’odio che vi gorgoglia nella strozza, che vi fa colare due rivoletti di bava agli angoli della bocca, non mi smuove dalla mia indifferenza.

Scuotete pur le pugna avvezze a rivoltar letame! E voi donne insultatemi pure, voi nel cui grembo si perpetua il dolore umano. Siete tutti vili, vili! Esseri spregievoli, degni della frusta! Rettili striscianti in cerca di uno sporco tozzo di pane, cani che leccate la mano di chi vi batte! Ed è per voi, proprio per voi che dovrei insorgere?

Per voi, per i vostri figli e le vostre madri?

Carogne imputridite nella rassegnazione, mummie tarlate di una società in decadenza, voi vi ingannate. Io non darò la più piccola goccia di sangue per la vostra causa, non sacrificherò neanche una sigaretta per voi.

Continuate nella vostra discesa nel fango. Man mano che voi scenderete, io salirò. Io godrò nel vedere la degenerazione che si fa strada entro voi, godo, godo….

Giorno per giorno la fronte vi diviene sfuggente, la bocca patibolare. Giorno per giorno le stimmate della putrefazione avanzata si scorgono sotto la pelle giallastra.

E io rido, rido!…

Che gioia assistere allo sfacelo di un mondo, vedere dovunque sangue, cadaveri, putredine!

Mentre e borghesia e popolo s’ingannano a vicenda e a vicenda si sgozzano.

Io assisto esilarato per tutto questo affannarsi senza scopo.

Là un Kaiser, qui un Wilson ecc…., e dappertutto popoli che si lamentano e non insorgono.

Nel fango, rettili!

Io non voglio unirmi alla coorte dei cortigiani del proletariato, che essi scusano, incensano, ornano di lauri. No, o egregi parolai, la vostra verve non maschera nulla. Il popolo è sempre lì, idiota, vigliacco, rassegnato. Ed io che mi sento superiore, voglio esserlo, e la mia sarà una superiorità che pagheranno e borghesia e proletariato. Languite nella fame, negli stenti, vegetate, bestialmente fecondando uteri in un pullulare di rampolli cenciosi, sudici, scrofolosi, rachitici.

Forza! Alzate in coro il vostro lamento vigliacco! Dite che avete fame. Stendete la mano di fronte alla vetrina colma di gioielli. Fate, fate! Lamentatevi della guerra, mentre siete voi i suoi autori e i continuatori perchè la sopportate! Ma io fuggo il vostro putridume che vorrebbe insozzarmi. Superbamente solo, rompo le catene che mi avvincono a voi, e mi separo dal gregge dei cani rognosi sommessi al pastore. Solo vagherò per il mondo portando ovunque il mio odio e il mio disprezzo. Solo nella lotta. Solo nella vittoria, e solo nella sconfitta. Le mie idee saranno il veleno che deve finire per intossicarvi e voi tremerete davanti a me come davanti al Re, al supremo!…

E intanto rido alla vostra ridda grottesca e sanguinosa, rido tanto che non vedo più nessuno e mi pare che l’umanità sia una immensa piaga cancrenosa che continuamente sgorga marciume denso e puzzolente. E questa piaga si muove, si agita, si copre di croste che poi scompaiono per poi dar posto a un altro sgorgo di materia puzzolente….

E io rido, rido!…

*
Vecchissimi ruderi di un sentimentalismo ormai tramontato, a che v’ostinate nel vostro muffoso ideale? Non udite la vita che rombando incalza ed insegna?

Finora assorti in un placido sogno di pace, in un avvenire lucente, combatteste così, cogli occhi spersi nella vostra illusione. Ma ora poniamo un problema e voi dovete avere il coraggio di affrontarlo e discuterlo.

Vi poniamo il problema dell’essere o non essere. Finora il vostro sogno fu l’altruismo, il sacrificio per l’umanità, per l’avvenire. E così voi sacrificaste tutto il vostro essere in questa inversione intellettuale. Che vi deve importare dell’avvenire? Che vi deve importare il progresso del popolo? Poiché voi che vi dite anarchici, siete sicuri d’ingaggiare una battaglia per voi, già persa a priori, perchè voi non vedrete certo una società come la sognate, e se anche il popolo si ribellerà le condizioni sociali per voi non possono cambiare, e la vostra ribellione dovrà continuare.

Quindi a che pro scendere tra una massa che non può seguirvi poichè le sue condizioni sono tali da rendervi inintelligibili presso loro? Se voi siete ingegni ribelli come dite di essere, non dovete sostituire all’abnegazione cristiana, all’asservimento patriottico, l’altruismo dell’anarchico che si sacrifica per un avvenire che non vedrà, e per della gente che non vi segue. Dovete riconoscere che nati in una società per noi perniciosa, noi ribelli siamo in realtà i maggiori schiavi. Schiavi dell’evoluzione noi permettiamo che per mezzo del nostro sacrificio l’umanità faccia un piccolo passo. E questo almeno bastasse; ma visto che il progresso è incessante e quindi inutile, chè la società raggiunta la forma sociale da noi propugnata non potrà lì fermarsi, ma bisognerà che proceda verso uno scopo che oggi non possiamo assolutamente neanche immaginare, così bisogna convenire che questo nostro affannarsi è assolutamente senza scopo. Così noi osserviamo che le più forti e migliori energie d’ogni epoca sono sfruttate da questa immensa piovra che è l’umanità.

Socrate, Cristo, Bruno e un’immensa coorte di grandi pensatori sono stati le vittime di questo moto ascendente, dannoso per chi lo aiuta e inutile per chi lo subisce. Poichè è naturale che gli schiavi di Roma essendo nati in quell’epoca erano contenti della loro condizione come i salariati d’oggi.

Contentezza, intendiamoci, relativa, formata di rassegnazione, viltà, ignoranza, ecc. ecc. Difetti che la massa avrà sempre in minore o maggior dose perchè gli aggruppamenti sono sempre inferiori agli individui.

I popoli sono conservatori: si contentano della società che trovano. Le minoranze sono novatrici invece e si ribellano quindi. La massa col suo peso bruto frena l’azione rivoluzionaria e la subisce.

Si abitua al nuovo stato di cose, vi si imputridisce finchè una nuova volta la minoranza si ribella.

Ed è per tutto questo gioco di equilibrio che io devo soffrire? Io che ho forza e coscienza per essere motore di me stesso, non voglio essere la piccola rotellina che viene dai pesanti ingranaggi sociali travolta, annichilita.

Ribelle, perchè oggi la società m’opprime e vuole impedire la libera espansione del mio essere, io adopero tutte le armi per combattere.

Ribelle contro la massa che anch’essa mi è nemica con le superstizioni, morale, degradazione, ecc. Pure contro la massa combatto. Solo in lotta per la MIA redenzione, per la MIA libertà, per il MIO presente.

Di tutto il resto me ne infischio.

Trionfi il prete, mieta l’alcool, massacri il governo, non me ne importa perchè non mi tocca.

IO solo il mio IO difendo dagli attacchi.

E se nella lotta disuguale io cadrò, certo non solo, avrò la sublime soddisfazione di essere insorto contro un mondo e di averlo battuto, se non materialmente, intellettualmente.

Perchè studiosi, scienziati, poeti, romanzieri, pittori, davanti a me il vostro genio non vale. Voi siete un riflesso della vita, io sono l’essenza. E certo sentirete in cuore il dolore atroce del veder crollare i rettorici castelli, e malgrado tutto continuate a sostenerli per misoneismo. E del resto fate bene. Voi siete nati per strisciare, io volo. Per voi il fango, per me le vette. Per voi il pavido annichilimento, per me la sublimazione dell’essere. E certo se la vita è dei più forti, io l’avrò. Per poco; ma l’avrò. La prenderò a forza e a forza le toglierò il bene e il godimento.

E voi, parodie, ombre di uomini; continuate nella vostra marcia nel buio. Sulla mia via splende la luce. Voi avete paura di essere: ecco la verità. L’uomo vero v’intimorisce. La realtà malgrado il vostro retoricume vi spaventa. E sognate, sognate. Io vivo. Voi non siete; io sono.

Ho risolto il problema. Urlatemi dietro….

*
«Vorrei sdraiarmi su un soffice odoroso letto di rose…» «Guarda alle spine» mi gridano «E che me ne importa? Poichè nella vita le spine non mancano, preferisco quelle delle rose che col dolore danno la gioia.»

*
E sta bene. Voi leggendo potrete dire che la mia è prosa pazzesca, anormale; come, pazzesche e anormali avete chiamate le mie azioni. Ma il vostro giudizio non mi interessa affatto nè io lo sollecito.

Voglio solo, per un indefinibile sentimento, che i cervelli superiori sappiano il perchè io mi slanciai nel buio, voglio che la mercenaria penna avversaria non possa coprire il mio nome col pattume che è nel loro bagaglio. Io solo sono il reporter di me stesso: sfuggo gli intermediari che potrebbero, in buona o in mala fede, deformare le mie idee. E poichè probabilmente io non potrò manifestarle, desidero che dopo la mia scomparsa si sappia come io abbia deciso questa lotta alla società. Affido quindi questi pensieri a una persona che ignora il mio progetto e che lo renderà noto quando il sipario sarà calato.

*
È la nebulosità dell’universo che già con le sue tristi brume mi attrista? È un’oscura fatalità che mi minaccia? Io non so qual sia il movente di questa malinconia che su me si abbatte dilettandosi a torturarmi, strappandomi tutto quello che io mi illudo di amare e di credere.

Oh! la gioconda fede dei tempi trascorsi quando lietamente combattevo la buona battaglia per l’Idea, senza timori, senza dubbi! Ora invece tutto mi appare vano; per ogni dove scorgo l’oscurità densa e inscrutabile.

Tutto, tutto ho distrutto, ed ora sono rimasto solo coi miei pensieri tristi e di tutto e di tutti dubitando. E sento questa necessità di espandere l’animo mio su questa nuda carta che non ha fremiti all’apprendere la bufera che mi tormenta. Chi leggerà queste righe? Forse nessuno. Resteranno ignorate come ignoto è per chi conosce l’affannoso mio pensare.

*
Stasera come al solito, stavo leggendo, quando un passo della lettura mi colpì vivamente ed io allora per riflettere cessai dal leggere. Stavo appunto cogitabondo, quando volgendo distrattamente lo sguardo per la camera vidi, anzi mi vidi seduto sul letto. Non io, ma pure ero io, perchè era assolutamente come me. Stupito guardavo in silenzio e anch’esso, l’altro io, mi guardava; ma con un certo risolino ironico.

«Chi sei?» gli domandai. «La tua ombra», mi rispose. «Sono venuta quì per discutere un po’!» «E discutiamo», dissi, allettato da una così straordinaria avventura.

«Bene: perchè sei anarchico?» «Ma, perchè oggigiorno siamo sfruttati, calpestati dai dominatori».

«Rettorica, rettorica caro mio. Senti: tu sei anarchico, e non sai neanche tu il perchè. Io ho sempre visto questo: che in qualunque società ci sono stati degli innovatori che finirono sul rogo, in croce, ecc. ecc…. Quindi questi novatori con tutti i loro sogni e i loro sacrifici fecero un buco nell’acqua, perchè è fatale che qualsiasi rinnovamento precorso da un individuo qualsiasi, accada molto tempo dopo la morte del medesimo. E così accadrà di voialtri anarchici. Voi morrete senza vedere attuato nulla del vostro ideale, e le generazioni che verranno dopo di voi, viventi magari in regime anarchico, aneleranno un Ideale più alto e per questo morranno alla loro volta senza nulla ottenere. È un circolo vizioso, un eterno rincorrersi….».

*
Mai come oggi le tenebre mi avvolsero. Ed accade difatti che dopo esser vissuto per qualche ora circondato dal tepore del sole, quando questo si eclissa un subito brivido di freddo ci scuote la persona.

Il freddo mi è entrato nell’animo che sogna un avvenire di tepore e che lo vede lontanissimo o, come mi disse uno, quasi irraggiungibile. Come sono tristi queste parole. Dite alla rondine che volta alla ricerca della primavera che essa non la raggiungerà mai; la vedrete piegare le ali smarrita, sconfortata. Io non desisto, non piego. Chi sa che quell’albeggiare lontano non possa raggiungerlo; chi sa?…

Il mio spirito è arido come un deserto, i miei occhi ardono come per febbre. E mi pare che ad ogni tratto qualche cosa si spezzi dentro di me con uno schianto lugubre. Chi, chi potrebbe descrivere ciò che sento? Non posso farlo neppur io. A momenti sento la mia anima allargarsi, espandersi lieta, fiduciosa: E poi d’un tratto raggrinzarsi subito, con un acutissimo dolore. Che m’importa del mondo, degli uomini? Io non vedo più nessuno. I miei occhi vedono solo una cosa, un albeggiare lontano… Tutto il resto è tenebra.

La natura che ride m’irrita poichè stride coi miei pensieri dolorosi e par che quasi mi beffeggi. Vorrei che il cielo fosse tetro, lampeggiante come me in questi momenti. Come il naufrago che si vede intorno la desolata vastità del mare e trema della solitudine funesta, e spia l’orizzonte per vedere se una vela amica si mostri, io pure, smarrito in un’immensità paurosa, mi sento solo, dolorosamente solo. Ma non mi lascierò vincere dai flutti. Solcherò il mare colle mie braccia vigorose alla ricerca, viatore stancabile ed ardito.

Fluctuat in porto. Il motto latino mi sprona, ed io come il nocchiero fisso il faro che lontano lontano rompe la nebbia col suo fascio di luce. Ed io voglio raggiungere quella luce. Voglio, voglio! Non vi saranno ostacoli che me lo impediranno, nè scogli, nè infuriare di libecci. Io sarò forte, io arriverò. Come le carovane arabe s’accingono alla traversata del Sahara e guatan l’immensità sabbiosa che dovranno attraversare, con l’ansia di restar per via, e vanno, vanno, vanno, sotto le vampe del sole, fra l’infuriar del simum, assetati, affamati, stanchi, accanto ai gibbosi cammelli che allargano le nari per rubare un po’ di frescura all’aria secca, con la visione fissa assillante di una snella candida moschea d’onde il muezzin saluta la Mecca alla sera, di una cittadina fresca dove riposare, così pure io vado, vado, vado con una visione unica negli occhi. Instancabile procedo, con la gola serrata e con tutta una tempesta in me. Se ciò che sento si potesse tramutare in vento, io passerei come una bufera devastatrice distruggendo tutto sotto i miei soffi violenti. E vado, e vado. L’anima geme, le palpebre mi si serrano; sento un bisogno di pace, di riposo, una lusinga a restare così sulla sabbia, svanire, scomparire sotto il sole, ritornare nel nulla. Verrebbero gli sciacalli e farebbero festino del mio corpo, lasciando solo biancheggiante il mio scheletro, come una muta ironia alla vita. Ma io insorgo, uccido il germe di pace e proseguo. Arriverò perchè voglio. E se non arrivassi? Allora il deserto s’impadronirebbe di me.

*
Sono ammalato dello stesso male di Nietzsche e mi dispiace confessare di avere qualche cosa di comune con uno di questo o dell’altro mondo. Sono irrequieto, nevrastenico. Alle tempia ho un ferreo cerchio che mi stritola il cranio, e gli occhi stanchi di sogni mi martellano nelle occhiaie gonfie e sanguigne. Sono destinato a passare ramingo come una invisibile meteora traverso questo mondo. Appunto perchè superiore dovrò vuotare tutto il calice dei dolori e dello sconforto senza che la gioia mi allieti. Ma l’aspra ebrezza di libare al calice dei dolori è un superbo godimento che solo chi sfida incurante la sorte, solo a chi da sè stesso con le proprie mani si straccia a brandelli l’anima è dato degustare. Anch’io talvolta agogno sì l’altro calice, quello della gioia, per bagnarvi le mie labbra avide, ma esso fuggì ed ora giorno per giorno si fa più spaventoso il baratro che mi divide dagli altri. Chi verrà a me? Chi avrà il coraggio di sorvolare la voragine per udire le mie verità, per sperdere un poco la mia tristezza? Chi?… Ieri nel colmo della mia stanchezza mi giunse una cartolina da una ignota. Tre viole che con la gaiezza del pensiero e del simbolo mi rallegrarono un po’: dodici parole che mi fecero sognare piacevolmente.

Ringrazio l’ignota del suo pensiero e della sua misteriosità che mi permise di slanciarmi di volo sul cavallo alato della chimera. Ignota gentile, dove sei? Forse nell’Andalusia passionale, o nella gaia Francia? Chi sa? Chi sa che il raggio di luce sia ella, l’ignota!… No, impossibile. Intorno a me grava la tenebra fitta, paurosa. Io non penso, non parlo, ma desidero il sole, la luce….

*
Vagabondo per la vorace città mi immergo nel fragore della vita per uccidere un germe di melanconia che si fa strada entro me. Erro senza mèta ed osservo l’incessante via vai, il succedersi continuo di fisonomie stereotipate ed indifferenti. Passan donne sgargianti e in tutte le loro movenze e i loro atti più semplici vedi lo sforzo, l’ostentazione, lo scopo unico di stuzzicare il desiderio. E l’uomo si ferma, segue con lo sguardo cupido le figurine chiassose e procaci ed esclama il commento triviale. Ecco uno stuolo di ricoverati, insaccati malamente in abiti mal fatti, procedono, guidati da un prete tozzo e volgare. Poveri bimbi! cresciuti nella bigotteria, nell’ambiente corrotto del collegio, sono i rassegnati, gli iloti di domani. Vedo una chiesa. Un grosso parroco discorre con delle beghine che lo ascoltano compunte e attente, e il pretonzolo agita le mani pelose e sguscia gli occhietti lanciando occhiate oblique. Il ben pasciuto all’ombra del tempio bugiardo sente inquietarsi l’urlo del lavoro e della miseria, che pare aleggi sulla grande città. «Signore, la carità» si lamenta un essere cencioso e sporco…. «Signore, la carità….» E la folla procede indifferente pensando alla minestra della sera, all’osteria, al gioco delle boccie. E il richiamo del mendicante continuando noioso e implacabile, mi trafigge le tempie, mi martella il cervello.

Allungo il passo, sono nella zona borghese. Carrozze, automobili, servitori gallonati, dai visi idioti, aprono portiere, fanno inchini. Vedo donne imbellettate, profumate, ganimedi attillati, coi guanti gialli, la caramella, il bastoncino, la coccarda tricolore. Si urta, si confonde questa gente: parla di pranzi, ballerine. Sale un profumo nauseabondo che mi prende alla gola e mi soffoca. Ma quasi affascinato rimango, sento il fruscio delle sete, il ciangottare delle gentildonne. Da un caffè sortono a ondate le note di un inno patriottico: un mutilato vicino a me, appoggiato alle gruccie, guarda stupito la fiumana incessante.

Fuggo. Vo per vie solitarie semibuie: sbocco in piazze, in vicoli.

Fanciulli stracciati, sporchi, donne gravide, uomini neri di fumo e puzzolenti di cicca. Spazzatura, fango. Case umide, sgretolate, pisciate sui canti, osterie piene di avventori urlanti e briachi. Ecco dei soldati: a passo pesante, cadenzato, sudati, polverosi, rughe sulla fronte, e schiena curva. Esce la gente, guarda, commenta, compassiona e poi ritorna a bere, a urlare, a cantare.

Fuggo sempre. Veggo sulle cantonate gli annunci di varie operette, di vari caffè chantants: sento un crocchio di giovanotti che discorre di fot-bal, di ciclismo. Povera umanità che sorge!

Lascio le vie, mi interno per prati, voglio dimenticare, sognare. Una figura sorge da un gruppo d’alberi e mi si avvicina. Sento una tanfata di vino colpirmi l’olfatto. «Vieni, mi darai trenta centesimi!»

*
Ho sognato un mondo in fiamme roteante nell’infinito e lanciare bolidi infocati e scintille per gli spazi siderei.

*
Ho un dio come gli altri: ma esso è senza d.
*

Decadenza.

Come enormi arieti, diverse razze oggi si cozzano, ognuno volendo la supremazia sulle altre.

La romantica latinità, la mercantile albione, contro l’imperativa Germania, mentre a rimorchio vengon le nazioncelle balcaniche col bagaglio pittoresco dei loro costumi orientali arretrati. E sull’orizzonte fiammeggia la Russia, che entra in una nuova fase della sua vita.

Dall’oriente le civiltà rinnovate e ringagliardite da novelle energie, spiano a settentrione ove si sente buon odor di cadavere, e que’ piccoli figli del sole, attendono di poter quì riversare la sovrabbondante popolazione in una rinnovata espansione di civiltà asiatica.

Eppure questo spettacolo, questo spreco folle di energie, questa lotta accanita per la vita, non mi rivela nessuno slancio di forza vera e cosciente. Io vedo solo un immenso sfasciarsi, un diroccare di castelli, un mortale spingersi di popoli, mentre la terra indifferente apre il seno per accogliere tutta quella giovane carne che la feconderà. Questo magnificamente terribile decadimento avviene al lume titanico di un incendio colossale, adeguato al ruinare di questa civiltà.

Così io vedo questo immenso aggrovigliarsi di uomini, vedo mieter dall’alcool, dalla tisi, dal cannone: vedo storpi, scrofolosi, acefali, delinquenti.

Letteratura, arte, scienze, tutto supplisce l’influsso di questa mostruosa discesa. Tutto il mondo è un pullulare solo di marciume che sale, sale e invade tutto e tutto inghiotte.

L’umanità si crede alta. Parla di eroismi, di progresso e non s’accorge di essere ulcerata. Il baratro è lì spalancato ed essa vi cade cantando, urlando, rissando, col suo dio, la sua patria, la sua civiltà assassina, la sua degenerazione elegante.

Tutto cade, tutto crolla. Morale muffosa, filosofie greppajole e bugiarde, rettoricorume antiquato, non salvano la situazione. Il male è avanzato e non s’impedisce più ormai. I lecchezzi che adornano il vecchio edificio sono divenuti il nido di microbi che inquinano. Ormai tutto è condannato a sparire schiacciato sotto il cumolo enorme di vecchiume. La storia chiude questa fase curiosa, che diede lo spettacolo incomprensibile di supinità nei suoi membri devoti a una ridda di vari fantasmi inesistenti, e che fece vedere il ridicolo continuo costruire per poi distruggere, il continuo paziente, soffrire della moltitudine e il gavazzare di pochi, tutto un insieme di vigliaccheria, inversione, nefandezze che vi vogliono far passare per azioni eroiche, tutta una mentalità rinsecchita che loro dicono geniale.

Così ha fine questa età. Ben vada. Al cospetto di tante rovine, novello Nerone canto sul disastro, godo nel vederlo, poichè su queste rovine. edificherò il mio edificio, la mia civiltà, il mio mondo. Perciò canto….

*
«LUI».

Era un rebus vivente quell’imbecille! Non si sapeva mai che cosa avesse nella calotta cranica.

Brutto, con una capigliatura assalonnica, pareva un Rasputine che avesse fatto un bagno. Due occhi chiari senza lampi che in certi momenti soffiavano un vento gelido.

Del resto se volete conoscerlo, andate sotto la galleria. Vedrete una gran sciarpa di lana con sopra un cappellaccio. È lui. Fermatelo, salutatelo. Anche se non vi conosce non si meraviglierà di vedervi. Offritegli delle sigarette (che altrimenti ve le chiede lui!) e benignamente discorrerà con voi. Se poi gli pagate una bottiglia di sangue di giuda, allora qualche paradosso vi compenserà del disturbo. Ma non illudetevi di conoscere la sua idea. Egli in un quarto d’ora sarà anarchico, borghese, autocrate, occultista, futurista, ecc. ecc. Vi romperà i timpani con parole corredate da lui, vi prenderà maledettamente in giro, con l’aria di parlarvi seriamente.

E non offendetevi, perchè del resto in quel momento egli proverà una grande tenerezza per voi. È capace perfino di baciarvi. È maledettamente nevrastenico. Se lo vedete ammutolire e fumare rabbiosamente non riuscirete a cavargli di bocca che frasi inconcludenti. In questo istante desidera due persone, una che è la più desiderata non v’interessa saperlo, l’altra la sua cara mummietta.

Se la trova, se la prende sotto il braccio e se ne va.

Che strage allora!

Sono capaci di rompere vetri alle case, tentare di far deviare i tranvais, sputare sul pastrano ai vecchietti….

Cose dell’altro mondo, vi dico…. mascalzoni meravigliosi.

Questo è «Lui»!

____________________

da: “SCRITTI POSTUMI DI BRUNO FILIPPI” editi a cura della Rivista “ICONOCLASTA” – Pistoia Tipografia F.lli Ciattini 1920

UN FANTASMA IN GALLERIA


La Galleria Vittorio Emanuele, una notte del novembre 1994, a Milano. Le ricchezze solidificate in buona pietra scura, riposano tranquille. I segni visibili del potere (Berlusconi e’ di queste parti), nella semioscurita’, sembrano eterni. Poi il fuoco. Questa forza rigeneratrice che trasforma in pochi minuti la calma e l’attesa centenaria dei palazzi in un andirivieni ansimante e confuso di pompieri e poliziotti. Il cuore stesso di Milano, e’ stato disturbato. Il ristorante Savini e’ andato in fumo, insieme al bar Salotto.
I bempensanti attoniti si chiedono chi puo’ essere stato. Non sembra un’azione del racket delle estorsioni, e poi queste organizzazioni non agiscono cosi’. In fondo l’incendio e’ stato semplicissimo. Il giardino d’inverno, con poltroncine d’epoca e pannelli di Mondino, realizzati alla fine degli anni Ottanta e oggi valutati piu’ di cento milioni, erano a portata di mano di qualsiasi torcia, d’una semplice bottiglia incendiaria.
E questa puntualmente e’ stata gettata, questa torcia e’ stata puntualmente accesa.La galleria dei milanesi perbenisti e codini e’ stata ‘’violentata’’ col fuoco, come hanno commentato alcuni chiosatori di mestiere, preoccupati per la piega che vanno prendendo le cose di fronte al dilagare irrefrenabile dell’inesplicabile ‘’teppismo’’.
Noi, ovviamente, non sappiamo come si sono svolti i fatti, ne’ chi puo’ avere avuto l’idea di bruciare tanti tesori del genio commerciale milanese, per cui la citta’ della Madonnina, va famosa nel mondo. Abbiamo anche cercato di rammaricarci dell’accaduto, ma senza riuscirci. Il primo moto dell’animo e stato la gioia, per il fuoco rigeneratore, per l’allegra scossa data all’assonnata neghittosita’ dei rinunciatari che di notte albergano sotto le volte ostili della galleria, per il severo monito che il fatto privo di senso ha dato alle sensatissime e riflessive intelligenze dei commercianti e dei banchieri che infestano la zone.
Poi ci siamo ricordati di un nostro compagno, ormai quasi dimenticato nella memoria degli anarchici. Ci siamo ricordati di Bruno Filippi, saltato in aria con la sua bomba mentre saliva le scale del Club dei Nobili di Milano, che guarda caso si trivava sopra l’attuale ristorante Savini. Era il lontano 7 settembre 1919. Bruno aveva diciannove anni e voleva vendicare il massacro della guerra mondiale attaccando coloro che l’avevano voluto e che poi si erano arricchiti con le forniture militari. Che strani ricordi possono venire in mente aprendo il giornale in una brutta mattinata di novembre.

(pubblicato ed estratto da Cane Nero n. 5 – 25 novembre 1994)

Alfredo M. Bonanno

venerdì 16 dicembre 2011

A CLOSED CHAPTER- by Bruno Filippi (1918)


The sad task of obituary writer is mine. It is sad to write a page with a heart that asks: and then what? But we are dedicated to the struggle: or to succeed in disappearing. It is inevitable and so one of us inevitably vanishes.

Uh! And how the imbeciles will howl: willful anarchist! Who can understand the storm that roars in our brain? Who can understand our hunger for joy, for life? Who can understand our defeat due to human cowardice?

We are alone. We did not find the group of daredevils ready to participate in the struggle for the conquest of life.

Therefore, we were defeated.

And one of us has vanished. The other remains with his eyes fixed on the horizon. He cannot, he must not depart. This is our destiny. Will we find comrades?

Otherwise, each in our own way, we will disappear, silent or tumultuous, from the stage of the world.

A chapter has closed.

A chapter of struggle, of hopes, of illusions. But the end has not come. As these strange, unusual lives come to an end, we will come to understand that it would have been better if they had never been born.

And that’s all there is to say.

(Summer 1918)

http://bfilippi.blogspot.com/

The Free Art of a Free Spirit -Bruno Filippi


Row after row of those who are more morally than physically chronic consumptives, pinheads, cripples, hunchbacks, blind; horrible faces sculpted by vice, by syphilis, by alcohol.

Whose toothless, yellow, slobbering mouths vomited against my horrible insults.

All the hatred that gurgles in your throat, forming two rivulets of slobber that run down from the corners of your mouth, does not move me from my indifference.

Still you shake your fist, which was trained to toss dung. And you women insult me as well, you in whose womb human sorrow perpetuates itself. You are all vile, vile! Despicable beings, worthy of the whip! Crawling reptiles in search of one filthy crust of bread, dogs who lick the hand of anyone who beats you! Is it for you, really for you, that I must rise up in revolt?

For you, for your children and your mothers?

Carcasses rotting in resignation, worm-eaten mummies of a decadent society, you deceive yourselves. I wouldn’t give the tiniest drop for your cause, nor even waste a cigarette on you.

Go on with your descent into the mud. While you bring yourselves down, I will climb. I will rejoice in seeing the degeneration that makes its way inside you. I rejoice. I rejoice.

Day after day, your forehead recedes, your mouth becomes more sinister. Day after day, the stigmata of putrefaction are noticed under your yellowing skin.

And I laugh, I laugh!

What a joy to be present at the collapse of a world, to see blood, corpses, rot everywhere!

Meanwhile the bourgeoisie and the people deceive each other and slaughter each other.

I am here, amused by all this bustling about.

Here a Kaiser, there a Wilson and everywhere people who moan and don’t rise up.

Into the mud, reptile!

I do not want to unite with the multitude of those who flatter the proletariat, excusing them, praising them, adorning them with wreathes. No, oh distinguished windbags, your verve disguises nothing. The “people” is always there, idiotic, cowardly, resigned. And I, who consider myself superior, desire to be so, and both the bourgeoisie and the proletariat will pay for my superiority. You languish in hunger and hardships, you vegetate, bestially fertilizing wombs with a swarm of ragged, filthy, scrofulous, stunted brats.

Force! You raise your cowardly lament in chorus! You say that you are hungry. You stretch out your hand in front of the shop window full of jewels. Do it, take it! You complain to each other about the war when you yourselves are its authors, and it continues because you put up with it! But I flee from your putridity that would sully me. Proudly alone, I break the chains that link me to you and separate myself from the pack of mangy dogs, submissive to the shepherd. I will wander the world alone carrying my hatred and scorn everywhere. Alone in struggle. Alone in victory and in defeat. My ideas will be the poison that must end up intoxicating you and you tremble before me as before the King, the supreme!…

And meanwhile, I laugh at your grotesque and bloody throng, I laugh so much that I no longer see anyone, and it seems to me that humanity is an immense gangrenous sore that perpetually disgorges thick putrescent pus. And this sore is moved, shaken, covered with scabs that later disappear in order to make way for another disgorging of putrescent matter.

And I laugh and laugh!…



* * *

Most ancient roots of a sentimentalism that has already ended, why do you persist in your moldy ideas? Don’t you here the thundering life that pursues and teaches?

Absorbed up to now in a placid dream of peace, in a shining future, you fought this way, with your eyes lost in your illusions. But now we pose a problem, and you must have the courage to confront it and discuss it.

To you we pose the problem: to be or not to be. Up to now, your dream was altruism, sacrifice for humanity, for the future. And so you sacrificed your entire being in this inversion. Why should you care about the future? Why should you care about the progress of the people? Since you, who call yourselves anarchists, are sure to engage in a battle that is already lost for you before it has even started, since you will certainly not see the society of which you dream, and even if the people rebel, social conditions would not change for you and your rebellion would have to continue.

So what’s the use of going down among a mass that cannot comprehend you since its conditions are such as to render you unintelligible to them? If you are rebel geniuses as you claim, you should not replace Christian self-denial and patriotic servitude with the altruism of the anarchist who sacrifices herself for a future he will not see and this for people who do not comprehend you. You must recognize that, being born into a society that is harmful to us, we rebels are in reality the best slaves. Being slaves of evolution, by means of our sacrifice, we allow humanity to take a tiny step. If only that were adequate, but since progress never ends and is, therefore, useless, since once society has attained the social form for which we fought it will not stop, but will need to go on toward a goal that we cannot imagine at all today, we must admit that all of our bustling about is utterly without purpose. So we observe that the strongest and best energies of every epoch are exploited by this immense leech that is humanity.

Socrates, Christ, Bruno and a vast multitude of great thinkers have been the victims of this rising movement, which is harmful for anyone who submits to it. For it is natural that the slaves in Rome, being born in that era, were content with their condition just as wage-slaves are today.

Relative contentment, let’s be clear about it, formed of resignation, cowardice, ignorance, etc., etc. Defects that the mass will always have in greater or lesser degrees because collectivities are always inferior to individuals.

The people are conservative: they are satisfied with the society they find. The minority are innovators instead and therefore they rebel. The mass restrains revolutionary action with its brute weight and submits to it.

It grows accustomed to the new state of things. It rots there until the minority rebels once again.

And do I have to suffer through this entire balancing act? I, who have the strength and awareness to be my own motive force, will not be the little cog that is overwhelmed, annihilated by the heavy social gears.

Rebel, because today society oppresses me and tries to prevent the free expression of my being, I use every weapon to fight it.

Rebel against the mass that is also my enemy with its superstitions, morals, degradations, etc. I fight against the mass as well. In struggle only for MY redemption, for MY freedom, for MY present.

I don’t give a damn for all the rest.

The priest triumphs, alcohol kills, the government slaughters; it means nothing to me because it doesn’t touch me.

I, I defend only myself from attacks.

And if I should fall in this unequal struggle, certainly not alone*, I will have the sublime satisfaction of having risen up against a world and having won intellectually if not materially.

Scholars, scientists, poets, novelists, painters, this is why your genius is worthless in front of me. You are a reflection of life, I am its essence. And you certainly feel atrocious pain in your hearts at seeing rhetorical castles collapse, and in spite of it all you continue to support them out of hatred for anything new. And, after all, you do well. You are born to crawl, I fly. For you the mud, for me the peaks. For you cowardly annihilation, for me the sublimation of being. And surely if life is for the strongest, I will have it. I will take it by force and by force I will steal well-being and enjoyment.

And you, parodies of human beings, continue on your march through darkness. The light shines on my path. You are afraid to be: this is the truth. The true human being frightens you. In spite of your rhetorical bluster, reality frightens. You dream, you dream. I live. You are not; I am.

I have solved the problem. You howl at me from behind.



* * *

“I would like to lie down on a soft, fragrant bed of roses…” “Watch out for the thorns” they cry out to me. “And what do they matter to me? Since thorns are not lacking in life, I prefer those of the roses that give joy with the pain.”



* * *

And fine. You who are reading this can say that my prose is crazy, abnormal, as you have called my actions crazy and abnormal. But your judgment doesn’t interest me at all nor do I solicit it.



I only desire superior minds to know why I hurled myself into the darkness due to an indescribable feeling; I want the opposing mercenary pen to be unable to cover my name with the trash that is in their baggage. I alone am the reporter of myself: I flee the intermediaries who would, in good or bad faith, deform my ideas. And since I will probably not be able to reveal them, I desire that after my disappearance it is known how I determined this struggle against society. Therefore, I entrust these thoughts to a person who does not know my project and who will reveal them when the curtain falls.



* * *

Is it the haziness of the universe that still saddens me with its hazy mist? Is it a dark fate that threatens me? I don’t know what causes this melancholy that depresses me, delighting in tormenting me, snatching all that I fool myself into loving and believing away from me.

Oh! The joyful faith of times past when I gladly fought the good fight for the Idea, without fears without doubts. Now, however, it all seems vain to me; for everywhere I perceive dense and impenetrable darkness.

I have destroyed everything, everything, and now I am left with my sad thoughts, doubting everything, all of it. And I feel this need to spread my thoughts on this blank sheet that has not shuddered at learning of the storm that torments me. Who will read these lines? Perhaps nobody. They will remain unknown as nothing is known about those who are familiar with the weariness of my thought.



* * *

This evening, as usual, I was reading when a passage of the piece struck me vividly and I then stopped reading to reflect. I was just then musing when, turning my eyes absent-mindedly about the room I looked, and more, I saw myself seated on the bed. Not I, but yet it was I, because he was absolutely like me. Amazed, I gazed in silence, and he, the other I, looked at me as well, but with a certain ironic smile.

“Who are you?” I asked him. “Your shadow,” he answered. “I have come her for a bit of discussion.” “Let’s discuss, then,” I replied.

“Well: why are you an anarchist?” “Why, because currently we are exploited, trampled by rulers.”

“Rhetoric, rhetoric, my dear. Listen: you are an anarchist and you don’t even know why. I have always noticed this: that in every society there have been innovators who end up on the stake, on the cross and so on and so on. So these innovators with all their dreams and sacrifices failed miserably, because any renewal, anticipated by any individual whatsoever, occurs a long time after the death of that individual. And this is what will happen with you anarchists. You will die without seeing any one of your ideals carried out, and the generation after you, which may live in an anarchist society, will long for a higher ideal and will die in their turn without achieving anything. It’s a vicious circle, an eternal chasing after oneself.



* * *

Today as never before, the shadows surrounded me. And indeed it happens that after living for some time surrounded by the warmth of the sun, when it is eclipsed, one is shaken with a sudden chill.

The cold has entered my mind that dreams of a future of warmth and sees it in the far distance, or, as someone told me, almost out of reach. How sad these words are. You say to the swallow that takes flight in search of the spring that she will never reach it; you will see her fold her wings lost, discouraged. I do not stop, I do not fold my wings. Who knows that the distant dawn cannot be reached; who knows?

My spirit is dry as a desert, my eyes burn as if with fever. And it seems that with each stroke something inside breaks with a mournful crash. Who, who could describe what I feel? Not even I myself can do it. At times I feel my mind spreading out, expanding, glad, confident. And then, at a stroke, it shrivels suddenly with a most acute sorrow. What does the world, what does humanity matter to me? I no longer see anyone. My eyes see only one thing, a distant dawning. Everything else is shadow.

Laughing nature irritates me since it clashes with my sorrowful thoughts and almost seems to mock me. I would prefer that the sky was dark and flashing like me at these times. Like the shipwrecked person who finds himself in the desolate vastness of the ocean and trembles at the baleful solitude, keeping an eye on the horizon in hope of seeing a friendly sail appear, I also feel alone, painfully alone, lost in a fearful vastness. But I will not let myself be overcome by waves. I will plow the sea with my vigorous arms in my search, an untiring and daring wayfarer.

Fluctuat in porto. The Latin motto spurs me on and I gaze like the helmsman at the lighthouse in the distance that pierces the fog with its beam of the light. And I want to reach that light. I will, I will! No obstacle will keep me from it, neither reefs nor blustery gales. I will be strong, I will arrive. Like the Arab caravans preparing to cross the Sahara and observing the sandy vastness that they will have to cross with fear, with the anxiety of being lost along the way, that still go on and on and on, under the blazing sun, amid the raging of the simoom, thirsty, hungry, tired, beside humped camels that widen their nostrils in order to steal a little coolness from the dry air, with the urgent, fixed vision of a slender white mosque from which the muezzin salutes Mecca in the evening, of a cool village in which to rest, thus I also go on and on and on with a single vision in my eyes. Untiring, I go on, choking with an entire tempest inside me If what I feel could be changed into wind, I would pass like a devastating storm, destroying everything under my violent blows. And I go on, I go on. My mind suffers, my eyelids close; I feel a need for peace, for rest, the enticement to remain so on the sand, to vanish, to disappear under the sun, to return to the void. The jackals would come and make a feast of my body, leaving only my blanching skeleton as a mute mockery of life. But I rise up, I kill the germ of peace and go on. I will arrive because I desire it. And if I don’t arrive? Then the desert will take possession of me.



* * *

I have fallen ill with the same disease as Nietzsche and it displeases me to admit having anything in common with this or the other world. I am restless and neurasthenic. I have an iron hoop on my head that crushes my skull, and my eyes throb in their sockets, swollen and bloody, tired of dreams. I am destined to pass through this world, wandering like an invisible meteor. Precisely because I am superior, I will have to empty the entire cup of sorrow and distress with no joy to cheer me. But the harsh intoxication of drinking from the chalice of sorrow is a superb pleasure that only one who tears his soul to shreds by himself, with his own hands, is given to taste. Still I sometimes covet the other cup, thee cup of joy, in order to moisten my greedy lips with it, but it flees and now, day after day, the chasm that separates me from others frightens me. Who will come with me? Who will have the courage to fly over the gulf in order to listen to my truth, in order to disperse a little of my sadness? Who?…Yesterday at the peak of my weariness, I received a postcard from an unknown woman. Three violets that cheered me up a bit with my gaiety of the thought and the symbol: twelve words that made me dream pleasantly.

I thank the unknown woman for her thought and for her mysteriousness that allows me to rise in flight on the winged horse of reverie. Gentle unknown woman, where are you? Perhaps in passionate Andalusia or in gay France? Who knows? Any one who knows that she, the unknown woman, is the ray of light!…No, impossible! Inside me lies thick darkness. I don’t think, I don’t speak, but I desire the sun, the light.



* * *

I wander through the voracious city, immersing myself in the din of life in order to kill a germ of melancholy that is developing inside me. I wander aimlessly and observe the incessant hustle and bustle, the continuous parade of stereotyped and indifferent faces. Flashy women pass, and in all their movements and their simplest gestures you see the effort, the ostentation, aimed only at arousing desire. And men stop, follow the gaudy, buxom figurine with a greedy eye and make vulgar comments. Here is a crowd of orphans, badly stuffed into poorly made clothes. They go by guided by a stocky, vulgar priest. Poor babies! Raised in bigotry, in the corrupt atmosphere of the boarding school, they are resigned, the helots of tomorrow. I see a church. A coarse pastor talks with the devoted women who listen to him, repentant and attentive, and the priestling shakes the hairy hands and turns his eyes away throwing sidelong glances. The well-fed one in the shadow of the temple of lies hears the howls of work and misery that seem to hover over the great city with anger. “Spare change, sir,” a filthy ragged being moans… “Spare change, sir…” And the crowd goes by, uncaring, thinking of the evening’s soup, the tavern, the bowling game. And the call of the beggar continues, annoying and implacable, making my head pound, making my brain throb.

I quicken my pace; I am in the wealthy district. Carriages, automobiles, liveried servants with idiotic faces open car doors and bow. I see women wearing make-up and perfume, preened dandies with kid gloves, monocles, walking sticks, tricolor cockades. These people collide and mingle: they speak of dinner and dancers. A nauseating scent rises that takes me by the throat and chokes me. But I remain, nearly spellbound, hearing the rustling of silk, the twittering of the gentlewomen. The notes of a patriotic anthem come billowing out of a café: there is a cripple standing near to me, leaning on crutches, who watches the endless stream in amazement.

I flee. I walk through solitary, half-lit streets: I come out in squares, in alleys.

Ragged, dirty children, pregnant women, people black from smoke and stinking of cigarette butts. Dump, crumbling houses, corners smelling of piss, taverns full of drunken, shouting customers. Here are the soldiers: with heavy steps, in rhythm, sweaty, dusty, furrowed faces, bent backs. The people go out, look, comment, commiserate and then go back to drinking, shouting, singing.

Again I flee. On the corners I see the announcements for various operettas and café chanteuses: I hear a crowd of young men discussing soccer and cycling. Poor humanity that rises!

I leave the streets, I go deep into the meadows. I want to forget, to dream. A figure comes out from a group of trees and approaches me. I feel the scent of wine strike my nostrils. “Come, you will give me thirty cents!”



* * *

I have dreamed of a world in flames, rolling in the infinite and hurling red-hot meteors and sparks through the starry spaces.



* * *

I have a god like everyone else; but this god is myself.*



* * *

Decadence.

Today various nations butt their heads together like enormous rams, each desiring supremacy over the others.

The romantic Latin lands and mercantile Albion against imperial Germany while the tiny Balkan lands trail behind with the picturesque baggage of their backward eastern customs. And Russia blazes on the horizon as it enters a new phase of its life.

In the East, civilizations renewed and reinvigorated by fresh energies look to the north where the fine odor of corpses can be smelled, and the little children of the sun hope that they can spread their over-abundant population here in a renewed expansion of Asiatic civilization.

And yet this spectacle, this mad squandering of energy, this relentless struggle for life, reveals no ardor for real and conscious strength to me at all. I see only an immense breakdown, a demolition of castles, a mortal collision between nations, while the indifferent earth opens its breast to receive the young flesh that will fertilize it. This magnificently terrible decadence occurs in the titanic light of a colossal fire, suitable for the collapse of this civilization.

So I see this vast entanglement of people, I see death by alcohol, tuberculosis, cannons. I see cripples, consumptives, idiots, delinquents.

Literature, art, science, the influx of this monstrous invasion replaces everything. The whole world is nothing but a teeming putrefaction that rises, rises and invades everything and swallows it up.

Humanity considers itself noble. It speaks of heroism, of progress and is not aware of its infection. The abyss has opened up and humanity falls into it singing, howling, quarreling, with its god, its fatherland, its murderous civilization, its elegant degeneration.

Everything falls, everything collapses. Moldy morality, twisted and lying philosophies, out-dated rhetoric do not redeem the situation. The disease has advanced and there is no longer any way to prevent it. The tidbits that adorn the old structure have become the home of infectious microbes. Everything is already condemned to disappear, crushed under the enormous pile of old rubbish. History closes this curious phase, which presented the incomprehensible spectacle of inertia in members devoted to a throng of various non-existent phantoms, and which saw continuous ridiculous construction in order to then destroy, the continuous patient suffering of the multitudes and the revelry of the few, everything creating an ensemble of cowardice, inversion, wickedness that they would try to pass off as heroism, everything a withered mentality that they call inspired.

So this age has ended. Good riddance. In the presence of such ruins, I sing of the disaster, a new Nero. I revel in seeing it. Then on these ruins, I will build my edifice, my civilization, my world. Therefore, I sing…



* * *

“HIM”

That imbecile was a living puzzle. You never knew what he had in his skull.

Ugly, with a head of hair like Absalom, he looked like a Rasputin who had bathed. Two clear eyes that never flashed, but at certain moments blew an ice-cold wind.

If you want to know any more about him, go into the tunnel. You will see a great wool scarf with a hat above it. That’s him. Stop him. Greet him. Even if he doesn’t know you , he won’t be surprised to see you. Offer him a cigarette (otherwise, he will ask you for one!) and he will graciously speak with you. Later, if you pay him a bottle of Judas’ blood*, then he will clear up some paradox that disturbed you. But don’t fool yourself into think you understand his idea. Within one quarter hour, he will be anarchist, bourgeois, aristocrat, occultist, futurist, etc., etc. He will break your eardrums with the words he spouts; he will mock the hell out of you with an air of seriousness.

And don’t take offense, because, after all, at that moment he will feel a great fondness for you. He might even kiss you. He is horribly neurasthenic. If you notice that he has grown silent and is smoking furiously, you will only manage to draw inconclusive words from his mouth. At that moment he desires two people; the one most desired is of no concern to you, the other is his dear little numbskull.

If he finds her, if he takes her in his arms, if he leaves with her.

What carnage then!

They are capable of breaking windows in houses, trying to derail streetcars, spitting on old men’s coats…

Creatures from another world, I tell you…marvelous rascals.
This is “He”!

* Alas, you did fall alone! (Italian editor’s note)

* In Italian this is a wordplay that does not translate. In Italian, “god” is “dio” and “I” is “io”. A literal translation of this sentence would be: “I have a god [dio] like everyone else; but it is without the ‘d’.”

* A name for a kind of red wine in Italy.—translator


https://sites.google.com/site/anarchyinitaly/bruno-filippi/the-free-art-of-a-free-spirit

giovedì 21 luglio 2011

Arte libera di uno spirito libero Bruno Filippi


Falange di tisici cronici più moralmente che fisicamente, microcefali, zoppi, gobbi, ciechi, visi orrendi scolpiti dal vizio, dalla sifilide, dall'alcool.
Bocche sdentate, gialle, bavose, a che vomitate contro me orrendi improperi?
Tutto l'odio che vi gorgoglia nella strozza, che vi fa colare due rivoletti di bava agli angoli della bocca, non mi smuove dalla mia indifferenza.
Scuotete pur i pugni avvezzi a rivoltar letame! E voi donne insultatemi pure, voi nel cui grembo si perpetua il dolore umano. Siete tutti vili, vili! Esseri spregevoli degni della frusta! Rettili striscianti in cerca di uno sporco tozzo di pane, cani che leccate la mano di chi vi batte! Ed è per voi, proprio per voi che dovrei insorgere?
Per voi, per i vostri figli e le vostre madri?
Carogne imputridite dalla rassegnazione, mummie tarlate di una società in decadenza, voi vi ingannate. Io non darò la più piccola goccia di sangue per la vostra causa, non sacrificherò neanche una sigaretta per voi.
Continuate nella vostra discesa nel fango. Man mano che voi scenderete, io salirò. Io godrò nel vedere la degenerazione che si fa strada entro voi, godo, godo…
Giorno per giorno la fronte vi diviene sfuggente, la bocca patibolare. Giorno per giorno le stimmate della putrefazione avanzata si scorgono sotto la pelle giallastra.
E io rido, rido!
Che gioia assistere allo sfacelo di un mondo, vedere dovunque sangue, cadaveri, putredine!
Mentre e borghesia e popolo s'ingannano a vicenda e a vicenda si sgozzano, io assisto esilarato per tutto questo affannarsi senza scopo.
Là un Kaiser, qui un Wilson ecc..., e dappertutto popoli che si lamentano e non insorgono.
Nel fango, rettili!
Io non voglio unirmi alla corte dei cortigiani del proletariato, che essi scusano, incensano, ornano di lauri. No, o egregi parolai, la vostra verve non maschera nulla. Il popolo è sempre lì, idiota, vigliacco, rassegnato. Ed io che mi sento superiore, voglio esserlo, e la mia sarà una superiorità che pagheranno e borghesia e proletariato. Languite nella fame, negli stenti, vegetate, bestialmente fecondando uteri in un pullulare di rampolli cenciosi, sudici, scrofolosi, rachitici.
Forza! Alzate in coro il vostro lamento vigliacco! Dite che avete fame.
Stendete la mano di fronte alla vetrina colma di gioielli. Fate, fate! Lamentatevi della guerra, mentre siete voi i suoi autori e i continuatori perché la sopportate! Ma io fuggo il vostro putridume che vorrebbe insozzarmi. Superbamente solo, rompo le catene che mi avvincono a voi e mi separo dal gregge dei cani rognosi sommessi al pastore. Solo vagherò per il mondo portando ovunque il mio odio e il mio disprezzo.
Solo nella lotta. Solo nella vittoria, e solo nella sconfitta. Le mie idee saranno il veleno che deve finire per intossicarvi e voi tremerete davanti a me come davanti al Re, al supremo!
E intanto rido alla vostra ridda grottesca e sanguinosa, rido tanto che non vedo più nessuno e mi pare che l'umanità sia un'immensa piaga cancrenosa che continuamente sgorga marciume denso e puzzolente. E questa piaga si muove, si agita, si copre di croste che poi scompaiono per dar posto a un altro sgorgo di materia puzzolente…
E io rido, rido!
Vecchissimi ruderi di un sentimentalismo ormai tramontato, a che v'ostinate nel vostro muffoso ideale? Non udite la vita che rombando incalza ed insegna?
Finora assorti in un placido sogno di pace, in un avvenire lucente, combatteste così, cogli occhi spersi nella vostra illusione. Ma ora poniamo un problema e voi dovete avere il coraggio di affrontarlo e discuterlo.
Vi poniamo il problema dell'essere o non essere. Finora il vostro sogno fu l'altruismo, il sacrificio per l'umanità, per l'avvenire. E così voi, sacrificaste tutto il vostro essere in questa inversione intellettuale. Che vi deve importare dell'avvenire? Che vi deve importare il progresso del popolo? Poiché voi che vi dite anarchici, siete sicuri d'ingaggiare una battaglia per voi, già persa a priori, però voi non vedrete certo una società come la sognate, e se anche il popolo si ribellerà le condizioni sociali per voi non possono cambiare, e la vostra ribellione dovrà continuare.
Quindi a che pro scendere tra una massa che non può seguirvi poiché le sue condizioni sono tali da rendervi inintelligibili presso loro? Se voi siete ingegni ribelli come dite di essere, non dovete sostituire all'abnegazione cristiana, all'asservimento patriottico, l'altruismo dell'anarchico che si sacrifica per un avvenire che non vedrà, e per della gente che non vi segue. Dovete riconoscere che nati in una società per noi perniciosa, noi ribelli siamo in realtà i maggiori schiavi. Schiavi dell'evoluzione noi permettiamo che per mezzo del nostro sacrificio l'umanità faccia un piccolo passo. E questo almeno bastasse; ma visto che il progresso è incessante e quindi inutile, che la società raggiunta la forma sociale da noi propugnata non potrà lì fermarsi, ma bisognerà che proceda verso uno scopo che oggi non possiamo assolutamente neanche immaginare, così bisogna convenire che questo nostro affannarsi è assolutamente senza scopo. Così noi osserviamo che le migliori e più forti energie d'ogni epoca sono sfruttate da questa immensa piovra che è l'umanità.
Socrate, Cristo, Bruno e un'immensa corte di grandi pensatori sono stati le vittime di questo moto ascendente, dannoso per chi lo aiuta e inutile per chi lo subisce. Poiché è naturale che gli schiavi di Roma essendo nati in quell'epoca erano contenti della loro condizione come i salariati d'oggi.
Contentezza, intendiamoci, relativa, formata di rassegnazione, viltà, ignoranza, ecc. ecc. Difetti che la massa avrà sempre in maggiore o minore dose perché gli aggruppamenti sono sempre inferiori agli individui.
I popoli sono conservatori: si contentano della società che trovano. Le minoranze sono novatrici invece e si ribellano quindi. La massa col suo peso bruto frena l'azione rivoluzionaria e la subisce.
Si abitua al nuovo stato di cose, vi si imputridisce finché una nuova volta la minoranza si ribella.
Ed è per tutto questo gioco di equilibrio che io devo soffrire? Io che ho forza e coscienza per essere motore di me stesso, non voglio essere la piccola rotellina che viene dai pesanti ingranaggi sociali travolta, annichilita.
Ribelle, perché oggi la società m'opprime e vuole impedire la libera espansione del mio essere, io adopero tutte le armi per combattere.
Ribelle contro la massa che anch'essa mi è nemica con superstizioni, morale, degradazione, ecc. Pure contro la massa combatto. Solo in lotta per la Mia redenzione, per la Mia libertà, per il Mio presente.
Di tutto il resto me ne infischio.
Trionfi il prete, mieta l'alcool, massacri il governo, non me ne importa perché non mi tocca.
Io solo il mio Io difendo dagli attacchi.
E se nella lotta disuguale io cadrò, certo non solo, avrò la sublime soddisfazione di essere insorto contro un mondo e di averlo battuto, se non materialmente, intellettualmente.
Perché studiosi, scienziati, poeti, romanzieri, pittori, davanti a me il vostro genio non vale. Voi siete un riflesso della vita, io sono l'essenza. E certo sentirete in cuore il dolore atroce del veder crollare i rettorici castelli, e malgrado tutto continuate a sostenerli per misoneismo. E del resto fate bene. Voi siete nati per strisciare, io volo. Per voi il fango, per me le vette. Per voi il pavido annichilimento, per me la sublimazione dell'essere. E certo se la vita è dei più forti, io l'avrò. Per poco; ma l'avrò. La prenderò a forza e a forza le toglierò il bene e il godimento.
E voi, parodie, ombre di uomini continuate nella vostra marcia nel buio.
Sulla mia via splende la luce. Voi avete paura di essere: ecco la verità. L'uomo vero v'intimorisce. La realtà malgrado il vostro rettoricume vi spaventa. E sognate, sognate. Io vivo. Voi non siete; io sono.
Ho risolto il problema. Urlatemi dietro…
«Vorrei sdraiarmi su un soffice odoroso letto di rose…» «Guarda alle spine» mi gridano. «E che me ne importa? Poiché nella vita le spine non mancano, preferisco quelle delle rose che col dolore danno la gioia».
E sta bene. Voi leggendo potrete dire che la mia è prosa pazzesca, anormale, come pazzesche e anormali avete chiamate le mie azioni. Ma il vostro giudizio non mi interessa affatto né io lo sollecito.
Voglio solo, per un indefinibile sentimento, che i cervelli superiori sappiano il perché io mi slanciai nel buio, voglio che la mercenaria penna avversaria non possa coprire il mio nome col pattume che è nel loro bagaglio. Io solo sono il reporter di me stesso: sfuggo gli intermediari che potrebbero, in buona o in malafede, deformare le mie idee. E poiché probabilmente io non potrò manifestarle, desidero che dopo la mia scomparsa si sappia come io abbia deciso questa lotta alla società. Affido quindi questi pensieri a una persona che ignora il mio progetto e che lo renderà noto quando il sipario sarà calato.
È la nebulosa dell'universo che già con le sue tristi brume mi attrista? È un'oscura fatalità che mi minaccia? Io non so quale sia il movente di questa malinconia che su me si abbatte dilettandosi a torturarmi, strappandomi tutto quello che io mi illudo di amare e di credere.
Oh! la gioconda fede dei tempi trascorsi quando lietamente combattevo la buona battaglia per l'Idea, senza timori, senza dubbi! Ora tutto invece mi appare vano; per ogni dove scorgo l'oscurità densa e inscrutabile.
Tutto, tutto ho distrutto, ed ora sono rimasto solo coi miei pensieri tristi e di tutto e di tutti dubitando. E sento questa necessità di espandere l'animo mio su questa nuda carta che non ha fremiti all'apprendere la bufera che mi tormenta. Chi leggerà queste righe? Forse nessuno. Resteranno ignote come ignoto è per chi conosce l'affannoso mio pensare.
Stasera come al solito stavo leggendo, quando un passo della lettura mi colpì vivamente ed io allora per riflettere cessai di leggere. Stavo appunto cogitabondo, quando volgendo distrattamente lo sguardo per la camera vidi, anzi mi vidi seduto sul letto. Non io, ma pure ero io, perché era assolutamente come me. Stupito guardavo in silenzio e anch'esso, l'altro io, mi guardava, ma con un certo risolino ironico.
«Chi sei?», gli domandai. «La tua ombra», mi rispose. «Sono venuta qui per discutere un po'!». «E discutiamo», dissi, allettato da una così straordinaria avventura.
«Bene: perché sei anarchico?». «Ma, perché oggigiorno siamo sfruttati, calpestati dai dominatori».
«Rettorica, rettorica caro mio. Senti: tu sei anarchico e non sai neanche tu il perché. Io ho sempre visto questo: che in qualunque società ci sono stati degli innovatori che finirono sul rogo, in croce, ecc. ecc… Quindi questi novatori con tutti i loro sogni e i loro sacrifici fecero un buco nell'acqua, perché è fatale che qualunque rinnovamento precorso da un individuo qualsiasi, accada molto tempo dopo la morte del medesimo. E così accadrà di voialtri anarchici. Voi morrete senza vedere attuato nulla del vostro ideale, e le generazioni che verranno dopo di voi, viventi magari in regime anarchico, aneleranno un Ideale più alto e per questo morranno a loro volta senza nulla ottenere. È un circolo vizioso, un eterno rincorrersi…”
Mai come oggi le tenebre mi avvolsero. Ed accade difatti che dopo esser vissuto per qualche ora circondato dal tepore del sole, quando questo si eclissa un subito brivido di freddo ci scuota la persona.
Il freddo mi è entrato nell'animo che sogna un avvenire di tepore e che lo vede lontanissimo o, come mi disse uno, quasi irraggiungibile. Come sono tristi queste parole. Dite alla rondine che vola alla ricerca della primavera che essa non la raggiungerà mai; la vedrete piegare le ali smarrita, sconfortata. Io non desisto, non piego. Chi sa che quell'albeggiare lontano non possa raggiungerlo; chi sa?…
Il mio spirito è arido come un deserto, i miei occhi ardono come per febbre. E mi pare che ad ogni tratto qualche cosa si spezzi dentro di me con uno schianto lugubre. Chi, chi potrebbe descrivere ciò che sento? Non posso farlo neppur io. A momenti sento la mia anima allargarsi, espandersi lieta, fiduciosa. E poi d'un tratto raggrinzirsi subito, con un acutissimo dolore. Che m'importa del mondo, degli uomini? Io non vedo più nessuno. I miei occhi vedono solo una cosa, un albeggiare lontano… Tutto il resto è tenebra.
La natura che ride m'irrita poiché stride coi miei pensieri dolorosi e par che quasi mi beffeggi. Vorrei che il cielo fosse tetro, lampeggiante come me in questi momenti. Come il naufrago che si vede intorno la desolata vastità del mare e trema della solitudine funesta, e spia l'orizzonte per vedere se una vela amica si mostri, io pure, smarrito in un'immensità paurosa, mi sento solo, dolorosamente solo. Ma non mi lascio vincere dai flutti. Solcherò il mare colle mie braccia vigorose alla ricerca, viatore instancabile ed ardito.
Fluctuat in porto. Il motto latino mi sprona, ed io come il nocchiero fisso il faro che lontano lontano rompe la nebbia col suo fascio di luce. Ed io voglio raggiungere quella luce. Voglio, voglio! Non vi saranno ostacoli che me lo impediranno, né scogli, né infuriare di libecci. Io sarò forte, io arriverò. Come le carovane arabe che si accingono alla traversata del Sahara e guatan l'immensità sabbiosa che dovranno attraversare, con l'ansia di restar per via, e vanno, vanno, vanno, sotto le vampe del sole, fra l'infuriar del simum, assetati, affamati, stanchi, accanto ai gibbosi cammelli che allargano le nari per rubare un po' di frescura all'aria secca, con la visione fissa assillante di una snella candida moschea donde il muezzin saluta la Mecca alla sera, di una cittadina fresca dove riposare, così pure io vado, vado, vado con una visione unica negli occhi. Instancabile procedo con la gola serrata e con tutta una tempesta in me. Se ciò che sento si potesse tramutare in vento, io passerei come una bufera devastatrice distruggendo tutto sotto i miei soffi violenti. E vado, e vado. L'anima geme, le palpebre mi si serrano; sento un bisogno di pace, di riposo, una lusinga a restare così sulla sabbia, svanire, scomparire sotto il sole, ritornare nel nulla. Verrebbero gli sciacalli e farebbero festino del mio corpo, lasciando solo biancheggiare il mio scheletro, come una muta ironia alla vita. Ma io insorgo, uccido il germe di pace e proseguo. Arriverò perché voglio. E se non arrivassi? Allora il deserto s'impadronirebbe di me.
Sono ammalato dello stesso male di Nietzsche e mi dispiace confessare di avere qualche cosa in comune con uno di questo o dell'altro mondo. Sono irrequieto, nevrastenico. Alle tempia ho un ferreo cerchio che mi stritola il cranio, e gli occhi stanchi di sogni mi martellano nelle occhiaie gonfie e sanguigne. Sono destinato a passare ramingo come una invisibile meteora traverso questo mondo. Appunto perché superiore dovrò vuotare tutto il calice dei dolori e dello sconforto senza che la gioia mi allieti. Ma l'aspra ebbrezza di libare al calice dei dolori è un superbo godimento che solo chi sfida incurante la sorte, solo a chi da se stesso con le proprie mani si straccia a brandelli l'anima, è dato degustare. Anch'io talvolta agogno sì l'altro calice, quello della gioia, per bagnarvi le mie labbra avide, ma esso fuggì ed ora giorno per giorno si fa più spaventoso il baratro che mi divide dagli altri. Chi verrà a me? Chi avrà il coraggio di sorvolare la voragine per udire le mie verità, per sperdere un poco la mia tristezza? Chi?… Ieri nel colmo della mia stanchezza mi giunse una cartolina da una ignota. Tre viole che con la gaiezza del pensiero e del simbolo mi rallegrarono un po'; dodici parole che mi fecero sognare piacevolmente.
Ringrazio l'ignota del suo pensiero e della sua misteriosità che mi permise di slanciarmi di volo sul cavallo alato della chimera. Ignota gentile, dove sei? Forse nell'Andalusia passionale, o nella gaia Francia? Chi sa? Chi sa che il raggio di luce sia ella, l'ignota!… No, impossibile. Intorno a me grava la tenebra fitta, paurosa. Io non penso, non parlo, ma desidero il sole, la luce…
Vagabondo per la vorace città, mi immergo nel fragore della vita per uccidere un germe di melanconia che si fa strada entro me. Erro senza meta ed osservo l'incessante via vai, il succedersi continuo di fisionomie stereotipate ed indifferenti. Passan donne sgargianti e in tutte le loro movenze e i loro atti più semplici vedi lo sforzo, l'ostentazione, lo scopo unico di stuzzicare il desiderio. E l'uomo si ferma, segue con lo sguardo cupido le figurine chiassose e procaci ed esclama il commento triviale. Ecco uno stuolo di ricoverati, insaccati malamente in abiti mal fatti, procedono guidati da un prete tozzo e volgare. Poveri bimbi! Cresciuti nella bigotteria, nell'ambiente corrotto del collegio, sono i rassegnati, gli iloti di domani. Vedo una chiesa. Un grosso parroco discorre con delle beghine che lo ascoltano compunte e attente, e il pretonzolo agita le mani pelose e sguscia gli occhietti lanciando occhiate oblique. Il ben pasciuto all'ombra del tempio bugiardo sente inquietarsi l'urlo del lavoro e della miseria, che pare aleggi sulla grande città. «Signore, la carità» si lamenta un essere cencioso e sporco… «Signore, la carità…». E la folla procede indifferente pensando alla minestra della sera, all'osteria, al gioco delle bocce. E il richiamo del mendicante continuando noioso e implacabile, mi trafigge le tempie, mi martella il cervello.
Allungo il passo, sono nella zona borghese. Carrozze, automobili, servitori gallonati, dai visi idioti, aprono portiere, fanno inchini. Vedo donne imbellettate , profumate, ganimedi attillati, coi guanti gialli, la caramella, il bastoncino, la coccarda tricolore. Si urta, si confonde questa gente: parla di pranzi, ballerine. Sale un profumo nauseabondo che mi prende alla gola e mi soffoca. Ma quasi affascinato rimango, sento il fruscio delle sete, il ciangottare delle gentildonne. Da un caffé sortono a ondate le note di un inno patriottico: un mutilato vicino a me, appoggiato alle grucce, guarda stupito la fiumana incessante.
Fuggo. Vo per vie solitarie semibuie: sbocco in piazze, in vicoli.
Fanciulli stracciati, sporchi, donne gravide, uomini neri di fumo e puzzolenti di cicca. Spazzatura, fango. Case umide, sgretolate, pisciate sui canti, osterie piene di avventori urlanti e ubriachi. Ecco dei soldati: a passo pesante, cadenzato, sudati, polverosi, rughe sulla fronte, e schiena curva. Esce la gente, guarda, commenta, compassiona e poi ritorna a bere, a urlare, a cantare.
Fuggo sempre. Veggo sulle cantonate annunci di varie operette, di vari caffé chantant: sento un crocchio di giovanotti che discorre di football, di ciclismo. Povera umanità che sorge!
Lascio le vie, mi interno per prati, voglio dimenticare, sognare. Una figura sorge da un gruppo d'alberi e mi si avvicina. Sento una tanfata di vino colpirmi l'ofatto. «Vieni, mi darai trenta centesimi!».

Ho sognato un mondo in fiamme roteante nell'infinito e lanciare bolidi infuocati e scintille per gli spazi siderei.

Ho un dio come gli altri: ma esso è senza d.

Decadenza.

Come enormi arieti, diverse razze oggi si cozzano, ognuno volendo la supremazia sulle altre.
La romantica latinità, la mercantile Albione, contro l'imperativa Germania, mentre a rimorchio vengon le nazioncelle balcaniche col bagaglio pittoresco dei loro costumi orientali arretrati. E sull'orizzonte fiammeggia la Russia, che entra in una nuova fase della sua vita.
Dall'oriente le civiltà rinnovate e ringagliardite da novelle energie, spiano a settentrione ove si sente buon odor di cadavere, e què piccoli figli del sole, attendono di poter qui riversare la sovrabbondante popolazione in una rinnovata espansione di civiltà asiatica.
Eppure questo spettacolo, questo spreco folle di energie, questa lotta accanita per la vita, non mi rivela nessuno slancio di forza vera e cosciente. Io vedo solo un immenso sfasciarsi, un diroccare di castelli, un mortale spingersi di popoli, mentre la terra indifferente apre il seno per accogliere tutta quella giovane carne che la feconderà. Questo magnificamente terribile decadimento avviene al lume titanico di un incendio colossale, adeguato al ruinare di questa civiltà.
Così io vedo questo immenso aggrovigliarsi di uomini, vedo mieter dall'alcool, dalla tisi, dal cannone: vedo storpi, scrofolosi, acefali, delinquenti.
Letteratura, arte, scienze, tutto supplisce l'influsso di questa mostruosa discesa. Tutto il mondo è un pullulare solo di marciume che sale, sale e invade tutto e tutto inghiotte.
L'umanità si crede alta. Parla di eroismi, di progresso e non s'accorge di essere ulcerata. Il baratro è lì spalancato ed essa vi cade cantando, urlando, rissando, col suo dio, la sua patria, la sua civiltà assassina, la sua degenerazione elegante.
Tutto cade, tutto crolla. Morale muffosa, filosofie greppaiole e bugiarde, rettoricume antiquato, non salvano la situazione. Il male è avanzato e non s'impedisce più ormai. I lecchezzi che adornano il vecchio edificio sono divenuti il nido di microbi che inquinano. Ormai tutto è condannato a sparire schiacciato sotto il cumulo enorme di vecchiume. La storia chiude questa fase curiosa, che diede lo spettacolo incomprensibile di supinità nei suoi membri devoti a una ridda di vari fantasmi inesistenti, e che fece vedere il ridicolo continuo costruire per poi distruggere, il continuo paziente soffrire della moltitudine e il gavazzare di pochi, tutto un insieme di vigliaccheria, inversione, nefandezze che vi vogliono far passare per azioni eroiche, tutta una mentalità rinsecchita che loro dicono geniale.
Così ha fine questa età. Ben vada. Al cospetto di tante rovine, novello Nerone canto sul disastro, godo nel vederlo, poiché su queste rovine edificherò il mio edificio, la mia civiltà, il mio mondo. Perciò canto…

[Da I grandi iconoclasti: scritti postumi, raccolta di scritti di Bruno Filippi
a cura della rivista "Iconoclasta!", Pistoia 1920]

lunedì 27 giugno 2011

Il me faut vivre ma vie di Bruno Filippi


Io non credo al diritto. La vita, che è tutta una manifestazione di forze incoerenti, inconosciute e inconoscibili, nega l’artificiosità umana del diritto. Il diritto nacque quando ci fu tolto infatti in origine l’umanità non aveva nessun diritto. Viveva, ecco tutto. Oggi invece di diritti ve ne sono migliaia; si può dire senza errare che tutto ciò che ci manca si chiama diritto.

Io so che vivo e che voglio vivere.
È molto difficile mettere in azione questo voglio. Siamo circondati da un’umanità che vuole quello che vogliono gli altri. La mia affermazione isolata è delitto de’ più gravi.
Legge e morale, a gara, m’intimoriscono e persuadono.
Il “biondo rabbi” ha trionfato.
Si prega, s’implora, si bestemmia, ma non si osa.
La vigliaccheria, carezzata dal cristianesimo, crea la morale, e questa giustifica la viltà e genera la rinuncia.
Ma questo desiderio di vivere, questa volontà, vuole pure svolgersi. Il cristiano si guarda bene in giro, osserva se nessuno lo guarda, e tremando compie il peccato. Così la vita è peccato; il desiderio: peccato; l’amore: peccato. Ecco l’inversione.
«Sgualdrina, femmina da tutti, non vergognarti del mondo. Tu sei franca e leale. Offri ciò che è tuo a chi compra, non dai né togli illusioni.
La società, invece, onesta e pulita nel viso, e incancrenita orrendamente nel corpo, m’eccita il vomito, l’orrore, mi fa schifo, m’uccide …».
Io invidio i selvaggi. E potessi gridare loro a gran voce: «Salvatevi, arriva la civiltà!»
Sicuro: la nostra cara civiltà di cui andiamo tanto alteri! Abbiamo abbandonato la libera e felice vita delle selve per questa orrenda schiavitù morale e materiale. E siamo maniaci, nevrastenici e suicidi.
Che m’importa che la civiltà abbia dato le ali all’uomo per bombardare le città, che m’importa di sapere le stelle del cielo e i fiumi della terra?
Ieri non c’erano i codici, è vero, e a quanto pare si faceva giustizia sommaria.
Barbari tempi! Oggi invece si accoppa la gente con la sedia elettrica, a meno che la filantropia di Beccaria non la torturi per tutta la vita entro un ergastolo.
Ma io ve la lascio la vostra sapienza e i vostri 420, vi lascio Sottomarini e Caproni. Ma ridatemi la bella libertà, la mia ignoranza, la mia vigoria. Ieri il cielo era bello da guardare; lo mirava lo sguardo dell’inconscio.
Oggi la volta stellata è un velo plumbeo che ci sforziamo invano di passare, oggi non si ignora più, si dubita.
Tutti questi filosofi, questi scienziati, che fanno?
Che delitti meditano ancora verso l’umanità? Io me ne frego del loro progresso, io voglio vivere e godere!
«Scimmia delle foreste bornesi, Darwin ti ha calunniato!»
Intanto tutto il mio essere mi urla: «Voglio vivere!»
Mi strappo dalla fronte le spine della rinuncia cristiana e bevo il profumo delle rose.
Sto bene ora. Sono lieto di vivere!
Fischiano le sirene e la folla beata va allo scannatoio.
E tu pure o ribelle sali il tuo calvario, tu pure sei bacato!
Come invidio il grande Bonnot!
«Il me faut vivre ma vie!»
È inutile, sono bacato. La società mi ha vinto. E odio. Odio forsennatamente questa umanità bruta che mi ha ucciso, che ha fatto di me una scorza d’uomo.

Vorrei potermi mutare in lupo, per affondare denti e artigli, in un'orgia di distruzione, nel ventre putrido della società.



[da Iconoclasta!, n. 4 del 2 luglio 1919]