La Bande à Bonnot (en español, La Banda Bonnot) fue el nombre con el
cual la sociedad francesa denomino a un grupo de anarquistas de
principios del siglo XX (1911–1912).
Quienes despreciando la legalidad se enfrentaron a todo un país,
rechazando someterse al trabajo asalariado. Enfocacando su accionar en
el robo a mano armada, realizando decenas de atracos y homicidos, como
también a la agitación y la lucha social.
Llenos del deseo de vivir y apropiarse en el presente de sus vidas.
Valiendose del más novedoso invento de la época; el automóvil y de un
elemento primordial para aquellos que deseamos vivir libremente; la
voluntad.
http://www.youtube.com/watch?v=WhmPq2CgMXY&feature=player_embedded
Nota:
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sabato 19 maggio 2012
venerdì 16 marzo 2012
Tutto va bene per noi, tutto fuorche’ la legalita’.

Lo stato, con la censura, la sorveglianza, la polizia, cerca di ostacolare ogni attivita’ libera, e considera questa repressione un suo dovere, perche’ gli e’ dall’istinto di conservazione……
Il governo dell’uomo sull’uomo e’ la servitu’…..Chiunque mi mette le mani addosso per governarmi e’ un usurpatore e un tiranno…..La rivolta permanente, con la parola, lo scritto, il pugnale, il fucile, la dinamite.
Tutto va bene per noi, tutto fuorche’ la legalita’.
Da la Banda Bonnot-Bernard Thomas – I REFRATTARI 5
Ediziones de su Arkiviu-Bibrioteka T. Serra, Guasila sardinia.
giovedì 19 gennaio 2012
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Titulo - LA BANDA BONNOT
Año - 1968
Titulo original - LA BANDE BONNOT
Duración - 104 min
Pais - Francia / Italia
a Bande À Bonnot fue un grupo de anarquistas ilegalistas franceses de principios del siglo XX (1911 – 1912) que enfocaron su accionar en el robo a mano armada.. Exponentes de la llamada Doctrina del Ilegalismo, de ideario anarquista, los componentes de este grupo se dedicaron a recuperar parte de lo que la sociedad les había robado. Perseguidos por bancos, policías y Ejército.Los ilegalistas fueron perseguidos implacablemente, como si se trataran de piezas de caza.
sabato 31 dicembre 2011
Jacob Alexandre Marius - Bernard Thomas Postfazione di Alfredo M. Bonanno

Bernard Thomas
Postfazione di Alfredo M. Bonanno
Biblioteca di Anarchismo - 15
2008, 3a ediz., pagine 230
euro 10,50
Jacob ha svaligiato centinaia di case borghesi, ha ricavato una ricchezza enorme, e l’ha messa a disposizione del movimento anarchico internazionale. Il suo progetto era utopicamente insensato, tendendo ad allargare il numero dei “lavoratori della notte” e quindi a svuotare dall’interno, con questi prelievi coatti, la forza repressiva della classe borghese. Utopie, siamo d’accordo, ma non è qui il punto.
Rubare è indispensabile per un rivoluzionario, rubare ai ricchi. È indispensabile perché altrimenti non potrebbe trovare i mezzi per la propria attività rivoluzionaria diretta a sovvertire l’ordine esistente.
Questo non è un libro di avventure, anche se ciò può aver cercato Thomas. È un momento di riflessione, che vogliamo fare? Vogliamo lasciare nelle casseforti dei padroni i loro ninnoli dorati, le loro banconote da 500 euro, una sull’altra, i loro buoni del tesoro al portatore, o vogliamo portarceli via con qualsiasi mezzo? Jacob era un ladro, Bonnot era un rapinatore, che cambia? Lo scopo era il medesimo.
E, poi, l’altro lato della facciata. Non illudiamoci. La vita di un ladro, o di un rapinatore, non è una vita eccitante. È fatta, per il novanta per cento, di lavoro stressante e meticoloso, ore e ore di pedinamenti, di appostamenti, di misurazione di percorsi e di tempi, di addestramento.
Poi viene il progetto rivoluzionario. I soldi non sono niente, quello che conta è la speranza in un mondo migliore, la capacità di tornare sempre daccapo senza perdersi d’animo.
Quando, come in questi ultimi anni, la miseria sembra battere alle porte, e lo starnazzare in cortile sembra assordante, non bisogna perdere la forza e la volontà di ricominciare. Ma non sia mai che a impedirci questa capacità di svoltare sia la rassegnazione o la penuria di mezzi.
Questo proprio no.
http://www.edizionianarchismo.net/
mercoledì 21 dicembre 2011
Parigi, 21 dicembre 1911, in rue Ordener...Richard Parry

Il fattorino titolare per la succursale di rue Ordener della banca Société Générale era malato da quattro giorni, ma il suo sostituto, Monsieur Caby, non cambiò il consueto iter. Alle otto in punto si recò come sempre alla sede centrale in rue de Provence, dove prese denaro contante, assegni e la corrispondenza per la propria succursale. In compagnia di un altro fattorino diretto verso St Ouen, salì su un tram a Place de la Trinité fino alla fermata Championnet, all’incrocio fra rue Damrémont e rue Ordener, dove la guardia Monsieur Peemans lo stava aspettando.
Malgrado il freddo e la pioggia incessante era ancora un giovedì mattina discretamente attivo in rue Ordener, ma non abbastanza da non far notare ad un curioso macellaio la lussuosa limousine parcheggiata davanti al numero 142, sul lato opposto della strada. Era là fin dalle otto di mattina ed era ancora là venti minuti dopo, con le tendine tirate, il motore ancora acceso e l’autista — con cappotto grigioscuro, cappello grigio e occhiali protettivi — seduto pazientemente al volante con un altro uomo, vestito uguale, ma col cappello grigio scuro quasi calato fino a coprire gli occhi. Forse il macellaio si stava domandando perché una macchina così bella avesse le ruote e il predellino così infangati. Qualsiasi fosse la ragione, Bonnot non poteva aiutarlo, ma notando lo sguardo fisso un po’ troppo interessato dell’uomo decise di spostarsi. Avanzò lentamente fino al numero 148.
Dietro, con indosso una bombetta nera ed un largo impermeabile, Raymond stava sul bordo del sedile coi nervi tesi accanto a un misterioso quarto uomo. Sedevano in silenzio, in compagnia solo dell’ovattato ticchettio della pioggia. Octave scambiò qualche parola con Jules e guardò l’orologio; non mancava molto ormai. I suoi occhi erano fissi sull’angolo della strada, dove aspettava di veder comparire la sua vittima.
Pochi minuti dopo Octave riconobbe la guardia trentenne uscire dalla banca e superarli verso il punto del suo rendez-vous con il fattorino all’angolo della strada. Rimase fermo ad aspettare. Lo stridore delle ruote sulle rotaie di acciaio e il suono di una campanella annunciava l’arrivo di un tram. Alla fermata di Championnet ne discesero alcuni uomini con alte bombette, ma solo uno di loro diede una forte stretta di mano alla guardia.
Monsieur Peemans si voltò ed entrambi risalirono lungo la strada in direzione della banca. Mentre si avvicinavano Garnier toccò la sua pistola automatica: avevano già percorso una cinquantina di metri, ora o mai più. Octave si girò verso Raymond e gli disse: «Andiamo!», uscendo dall’auto assieme al suo compagno. Col berretto abbassato, le spalle curve e le mani affondate nelle tasche, puntò lo sguardo su Caby e gli andò dritto incontro mentre Raymond gli era dietro di qualche passo alla sua destra.
A una ventina di metri dalla banca e ad un paio dal fattorino e dalla guardia, Raymond e Octave estrassero le armi e le puntarono in faccia ai due uomini — Peemans si coprì il volto con entrambe le mani e corse verso la banca superandoli, mentre Octave spinse Caby a terra afferrando il sacchetto. Raymond prese la borsa ma Caby non voleva mollarla e venne trascinato lungo la strada per quasi un metro. Octave gli sparò due volte al petto (un terzo colpo andò a vuoto) e corse alla vettura che Bonnot aveva portato fino a lì e che stava già per far svoltare a sinistra. Octave saltò sul sedile anteriore, accanto a Bonnot, ma Raymond fece cadere la borsa sul marciapiede, la riprese in fretta, la lanciò in macchina e poi ci saltò dentro, mentre Bonnot eseguiva una stridente svolta a U in rue des Cloys. Raymond cercò di chiudere la portiera mentre Garnier sparava un paio di colpi di addio sopra le teste di alcuni temerari inseguitori prima che la macchina svoltasse a destra in rue Montcalm; Bonnot sterzò per schivare un bus e un taxi — entrambi gli autisti ebbero qualche colpo di avvertimento — per poi svoltare nuovamente a destra in rue Vauvenargues, dove i pochi inseguitori esausti persero infine le loro tracce. Cinque minuti dopo correvano lungo la Porte de Clinchy — senza fermarsi alle barriere doganali (1), per puntare poi a nord-est verso St Denis. In quel momento, scriverà Octave, «non sapevamo molto bene dove stavamo andando. Infine prendemmo la strada per Le Havre, non direttamente ma facendo molte deviazioni...».
Dopo aver sfrecciato attraverso Pontoise poco dopo le undici, si fermarono per guardare a quanto ammontava il bottino; speravano di aver fatto centocinquantamila franchi in contanti. Octave strappò il sacchetto e ne estrasse cinquemila e cinquecento in cambiali; li divise velocemente fra loro quattro. Poi Raymond aprì la borsa più grande, solo per trovarsela piena di assegni e obbligazioni per un valore di centotrentamila franchi. Per un attimo rimasero un po’ delusi, ma si ripresero quando uno di loro suggerì che avrebbero potuto vendere le obbligazioni oppure, come fece notare Octave, semplicemente ritentare di nuovo. Non sapevano che il fattorino, Caby, aveva un portafoglio all’interno della giacca contenente ventimila franchi in contanti.
Garnier si mise al volante e la banda partì sotto la pioggia sferzante verso Beauvais. Raymond cominciò a tirare fuori tutte le obbligazioni, mettendo da parte ogni assegno intestato a una persona. Buttò fuori dal finestrino il portafoglio vuoto. In breve Garnier perse la strada nei dintorni di Gisors, accrescendo la generale sensazione di irritazione. Senza dubbio Bonnot stava desiderando di aver fatto uno scasso — la rapina in pieno giorno non era esattamente il suo forte e non aveva nemmeno reso un granché. Il cielo grigio e cupo sulle loro teste rifletteva il loro stato d’animo quando si fermarono a Beauvais per rifornirsi di benzina. Giunti in periferia, un doganiere fece loro segno di fermarsi ma Garnier si limitò a premere il piede sull’acceleratore «senza tanti convenevoli; era talmente stupido da cercare di inseguirci, poi rimase stupefatto; questo ignobile bruto forse non aveva mai visto nulla di simile». Fecero una breve sosta per procurarsi pane e cioccolata, prima di avviarsi per Rouen. Alla guida c’era Bonnot. Appena fuori della città si fermarono di nuovo, questa volta per fare benzina; si persero di nuovo. Tutti e quattro stavano in strada a discutere quale fosse la direzione migliore da prendere e cosa fare dell’automobile; Raymond propose di buttarla nella Senna ma si accordarono per gettarla da una rupe nei pressi di Le Havre. Nel frattempo era tramontato il sole, nel buio Garnier perse la strada di nuovo e finirono a Dieppe poco prima delle sette.
Poiché erano di nuovo senza benzina, decisero di abbandonare la macchina in una strada deserta. Octave scelse rue Victor Hugo e andò a finire, inavvertitamente, sulla sabbia. Il motore si inceppò e la lussuosa limousine borbottò fino a fermarsi. Fu solo quando Octave uscì dall’auto e sprofondò fino alle ginocchia che si accorse che erano immersi nel fango. Tolsero le targhe false, 668-X-8, e ne buttarono una verso il mare e l’altra nei giardini del Casinò che si trovava alle loro spalle; Bonnot fermò Garnier che stava per dare fuoco alla macchina, per evitare di attirare spiacevoli attenzioni. Mentre si affrettavano a raggiungere la stazione ferroviaria, una forte brezza marina fece volare via il cappello ad Octave mandandolo a rotolare in direzione del freddo mare d’inverno; non era il suo giorno fortunato.
Per l’una del mattino erano tutti e quattro a Parigi, in salvo, arrivati con uno di quei sonnolenti battelli che portano un pugno di passeggeri addormentati dall’Inghilterra. Con un po’ di fortuna la polizia avrebbe pensato che la banda aveva preso il battello della notte per Southampton. Alla Gare St Lazare, Raymond si precipitò a comprare una copia del quotidiano di destra La Patrie che riportava il seguente titolo: «L’audacia dei banditi parigini — un fattorino di banca aggredito in rue Ordener », «Ardito attacco in pieno giorno». Il loro crimine aveva conquistato maggior spazio di quello di un banchiere che aveva sottratto niente meno che un milione di franchi — almeno duecento volte quel che avevano preso loro. La rapina era già stata sceneggiata da alcuni attori per una pellicola che sarebbe stata proiettata fin dal giorno successivo nei cinema locali di tutta Parigi, come notizia di un cinegiornale con tanto di accompagnamento musicale.
Quel giorno la Société Générale offrì una sostanziosa ricompensa per la cattura dei banditi, come fece anche la nuova Scotland Yard; si presumeva che la banda avesse subito raggiunto l’Inghilterra a bordo del battello notturno “Alma”, che salpava all’una. La Presse descriveva la rapina «senza precedenti nella storia del crimine» e li chiamava «les bandits en auto» — i banditi in automobile, perché prima di allora la criminalità non aveva mai usato le automobili (2).
La stampa criticò aspramente la polizia per aver permesso una cosa simile, specialmente quando si scoprì che degli ottantaquattro poliziotti assegnati al quartiere di effettivi ce n’erano solo diciotto, di cui solo uno era in servizio. Il giornale conservatore Gaulois dichiarò che a Parigi la polizia doveva tenere testa ad almeno duecentomila banditi (su una popolazione di tre milioni di abitanti) ed era quindi in sottonumero di almeno ventimila agenti. Tuttavia il Times di Londra suggerì una ragione differente del perché la polizia avrebbe potuto perdere la “lotta contro il crimine”: «La stampa nota con crescente preoccupazione che nel momento in cui ladri ed altra peste della società fanno quotidianamente ricorso a metodi sempre più audaci, la polizia viene sempre più distolta dai suoi compiti primari al fine di fare la guardia a crumiri e altre persone che, in circostanze normali, non richiederebbero una speciale protezione». In questo senso la lotta di classe era loro alleata, così come loro erano parte della lotta di classe, malgrado il loro “individualismo”. Garnier, Bonnot e Raymond-La-Science avevano certamente fatto sentire il loro grido di rivolta; la sola cosa preoccupante degli articoli di giornale era una affermazione nascosta in fondo alla colonna di un paio di quotidiani parigini: «la polizia ritiene che ci possa essere un legame con l’anarchico “Mandino” ucciso a Châtelet-en-Brie».
***
Per liberarsi di obbligazioni e assegni negoziabili, Bonnot suggerì che avrebbero potuto cercare di venderli ad Amsterdam, il posto migliore per transazioni simili per via della legge indulgente, persino lassista, nei confronti dei “ricettatori”. Bonnot aveva un contatto in quella città, attraverso Rodriguez, detto Vandenbergh, che avrebbe potuto essere interessato all’acquisto. Raymond andò a cercare Jean De Boe perché facesse da interprete, mentre Bonnot si incontrò con Belonie per mettersi d’accordo sulle sue cose, che venissero portate via da rue Nollet: certamente non voleva andare lui a prenderle. Octave andò a trovare Marie, promettendo agli altri di incontrarli più tardi.
Si dice che venerdì notte avessero rubato una macchina per mettersi subito in viaggio per Amsterdam, dove arrivarono sabato 23 dicembre a tarda ora. Tuttavia Vandenbergh aveva cattive notizie per loro: le obbligazioni potevano avere un grande valore nominale ma per il momento erano la merce più scottante di tutta Europa, e i loro numeri di serie erano già stati trasmessi ovunque. Sarebbe stato meglio aspettare alcuni mesi e poi cercare di venderle fuori Europa, magari in Sud America. Fino a quel momento, sarebbero rimaste nella sua cassaforte; si sarebbe fatto vivo lui nel giro di un paio di mesi. Non era nemmeno in grado di suggerire un acquirente per l’automobile, così la gettarono in un canale e presero un treno per tornare a Parigi, dove giunsero la vigilia di Natale.
Raymond espresse il desiderio di incontrare Victor e si diresse verso Belleville accompagnato da Octave, mentre gli altri andarono ognuno per la propria strada. Poco dopo le nove Raymond bussò piano alla porta del numero 24 di rue Fessart, dove venne fatto entrare da una sorpresa Rirette.
Si tolsero le bombette e sedettero accanto al fuoco; entrambi sembravano sfiniti, Octave era cupo e laconico mentre Raymond pareva impacciato. Raymond confermò quello che Victor e Rirette avevano immaginato senza farne parola: che loro erano gli autori della rapina di rue Ordener . Victor fece notare che stavano correndo un rischio andando lì, perché i locali de l’anarchie erano abitualmente sotto controllo, cosa che non alleviò il senso di disagio di Octave. Rirette chiese loro di parlare a voce bassa perché i bambini stavano dormendo e gli offrì del latte caldo, che accettarono entrambi umilmente. A mezzanotte le campane cominciarono a suonare annunciando l’inizio del Natale e, per coincidenza, il compleanno di Octave — il ventiduesimo. Mentre Raymond faceva quella specie di confessione a Victor, suo amico di infanzia, una massa di cattolici timorati da Dio si stava confessando al prete e ingurgitava la carne ed il sangue di Cristo.
Nella stanza poco illuminata la conversazione cessò; l’atmosfera era tesa e, come la campana della chiesa suonò l’una, Octave annunciò che dovevano andarsene. Victor sentì un brivido mentre guardava dentro quei penetranti occhi neri, gli stessi occhi che Caby non avrebbe mai dimenticato e che, assieme ai grandi baffi, erano il tratto più saliente della descrizione del suo assalitore. Garnier era una di quelle persone che non avrebbe mai provato rimorso per ciò che aveva fatto, né esitazione nel fare ciò che sentiva di dover fare. Era così diverso da Raymond, dal volto quasi da bambino, il quale era troppo cinico per credere veramente in ciò che stava facendo e che pure aveva condiviso la rivolta di Garnier. Si abbottonarono i larghi impermeabili neri, si misero le bombette, strinsero la mano a Victor per l’ultima volta e sgusciarono fuori nell’aria fredda della notte.
Nel frattempo la caccia all’uomo era sul punto di scoprire il luogo dove la Delaunay-Belleville era stata tenuta la settimana precedente la rapina. I vicini che si trovavano di fronte alla casa di Dettweiler si erano insospettiti per il continuo andirivieni notturno di quell’ultimo periodo e, avendo letto della rapina, avevano deciso di rivolgersi alle autorità. L’usciere del municipio locale li ricevette cordialmente e promise loro che avrebbe informato chi di dovere. Infatti, pensando che avrebbe potuto ricavarci qualche soldo, telefonò ad un giornalista del Petit Parisien, un quotidiano popolare. Il risultato fu che tre giorni dopo Natale il Petit Parisien informò i suoi lettori che la macchina usata nell’assalto di rue Ordener era stata custodita nel garage di un meccanico alsaziano di Bobigny. Non a torto la polizia era furiosa e, benché alle sei del mattino del giorno seguente il capo della Suréte (3) Hamard ed una ventina di investigatori si fossero affrettati a perquisire il posto, Edouard Carouy era scomparso. Georges e sua moglie vennero arrestati come accadde all’amante di Edouard, Jeanne, quando per sua sfortuna comparve alle sei di sera. Tuttavia gli investigatori non poterono trovare alcun indizio materiale così dovettero concentrare le loro attenzioni sui tre prigionieri.
Alla fine venne rivelato che il secondo uomo era Carouy, già noto alla polizia come Leblanc, alias Petitgris, alias Aigouy, ricercato dalle autorità belghe. Sia lui che Dettweiler erano dei noti anarchici: era giunta l’ora di rivolgersi all’Intelligence di Xavier Guichard per avere informazioni su personaggi del genere. Nel frattempo fu spiccato un mandato di arresto a suo nome e la sua foto fu data alla stampa; era definito l’autore della rapina. La polizia sospettava che la banda potesse trovarsi ad Amsterdam.
Non appena Carouy si accorse che un giornalista aveva ficcato il naso nei paraggi facendo imbarazzanti domande sull’automobile, se l’era filata a stare dal suo complice Marius Medge. All’epoca viveva con Barbe Leclech in un piccolo bungalow chiamato “la quercia di agrifoglio” nella periferia ad ovest di Garches. Edouard era estremamente offeso per essere considerato il principale autore del lavoro di rue Ordener, specialmente perché aveva intenzionalmente deciso di non farsi coinvolgere da Bonnot e Garnier. Dubois era stato abbastanza saggio da non lasciar tenere la vettura nel suo garage, tanto meglio! E lui, Edouard, aveva interceduto presso Dettweiler per permettere loro di nascondere il mezzo nel suo posto — sebbene all’epoca ovviamente non sapesse a cosa sarebbe servito. Era irritato dal pensiero del duro interrogatorio che Jeanne avrebbe subito nelle mani di quei bastardi della Surété. Ad ogni modo, non avrebbero potuto ricavare nulla da lei. Mentre si faceva la barba e pensava di tingersi i capelli di nero, vedeva la faccia dell’uomo più ricercato del paese riflessa nello specchio di fronte a sé. Era ora di mostrare ai compagni che esistevano mezzi più semplici per rubare poche migliaia di franchi.
Il 2 gennaio, lui e Marius presero la strada attraverso i sobborghi a sud di Thiais vicino a Choisy-Le-Roi. Era un lavoretto ideale: un ricco novantunenne che viveva di rendita, Louis-Hippolyte Moreau, aveva vissuto delle sue entrate non guadagnate per gli ultimi trentacinque anni in una grande, vecchia e isolata casa, con pochi vicini attorno. La sua unica compagnia era la domestica settantaduenne, al suo servizio da ventidue anni.
Era una notte fredda e nebbiosa mentre si incamminavano silenziosamente verso la casa. Si arrampicarono su per una tettoia ricoperta di zinco e scivolarono senza far rumore nel giardino, lasciando le impronte dei loro piedi sulla neve. Nel giro di un attimo erano dentro casa, alla ricerca della famosa fortuna del vecchio.
Cosa successe in seguito di preciso non lo sapremo mai, ma sembra che la domestica ed il vecchio si fossero svegliati. Gli intrusi accoltellarono il rentier e lo finirono con un martello; la vecchia venne strangolata in silenzio. Quale dei due (o forse furono entrambi) commise queste terribili azioni non è dato di sapere. Successivamente Victor Kibalchich scriverà che Medge, alias “il cuoco” «pagò per il crimine di qualcun altro» ma, dato che all’epoca Carouy era già morto, forse intendeva fare un favore a Medge. Nessuno dei due ammise la propria responsabilità. Lasciarono la casa alle quattro del mattino con cinquemila franchi in luigi d’oro e una cifra equivalente in obbligazioni. Medge prese anche un ombrello ed alcuni orecchini come regali per Barbe. Una settimana dopo, il 10 gennaio, Carouy temette di essere sorvegliato ed entrambi sparirono non si sa dove.
Il 12 gennaio Xavier Guichard fu promosso capo della Surété, in seguito all’annuncio che con il nuovo anno Hamard sarebbe diventato capo dell’Intelligence. Si dice che Hamard avrebbe voluto «risolvere il caso di rue Ordener prima» ma, avendo fatto fiasco, il caso venne lasciato nelle mani del suo sostituto, Louis Jouin, che era impegnato a tenere sotto sorveglianza la casa di Rimbault a Pavillons-sous-Bois. Lo stesso Jouin aveva sperato in una promozione ma le sue umili origini, il fatto che fosse stato solo un sottufficiale dell’esercito e che vivesse senza essere sposato con la sua convivente, tutto deponeva in suo sfavore. Difficilmente avrebbe potuto contrastare le impeccabili credenziali borghesi dell’autoritario Xavier Guichard, un ex-ufficiale di marina che aveva prestato servizio in Nuova Caledonia, figlio di un eminente giudice di appello ed il cui fratello era guarda caso il capo della polizia municipale parigina.
Come capo della Terza Brigata, Guichard era già odiato dagli anarchici: i suoi metodi tendevano alla provocazione e alla vessazione. Poiché la ricompensa di dodicimila franchi non aveva stimolato nessuno ed i suoi informatori non erano stati in grado di fornire alcuna informazione utile, decise, contro il parere di Jouin (diventato ufficialmente “vice-capo”) di iniziare una serie di perquisizioni contro gli anarchici conosciuti e nei loro luoghi di incontro. Le perquisizioni iniziarono nei comuni operai di Bobigny, Pantin e Aubervilliers, poi si spostarono a Pavillons e Lagny, per tornare a Bobigny a caccia di Carouy. Queste operazioni di “pesca” servirono a ben poco, malgrado le minacce e l'incriminazione per reati minori di alcuni compagni per spingerli a parlare. Nel corso di una perquisizione, in una sala da ballo di Belleville, su cinquanta persone presenti almeno ventinove furono trovate in possesso illegale di armi da fuoco e quindi incriminate. Quasi a un punto morto, Guichard accettò il consiglio di Jouin di rilasciare Jeanne Belardi nella speranza che Carouy avrebbe cercato di contattarla. Carouy non cadde nella trappola. Venerdì 19 gennaio gli investigatori arrestarono Louis Rimbault e lo trovarono in possesso di armi da fuoco provenienti da un'armeria svaligiata in novembre. C’erano stati due significativi furti di armi da allora: uno era avvenuto nelle prime ore della vigilia di Natale da Foury’s, 70 rue Lafayette (4), e l’altra nella notte del 9 gennaio all’armeria Smith and Wesson, 54 boulevard Hausmann. Da quest’ultima furono rubate diciassette rivoltelle, sei fucili da caccia, due pistole Parker, due rivoltelle Harrington e, cosa più preoccupante per la polizia, nove fucili a ripetizione Winchester. Per la maggior parte degli anarchici portare con sé un’arma era solo una questione di immagine, raramente avevano sparato in preda alla collera, se non tra di loro. Ma, data la natura temeraria dei banditi a cui stavano dando la caccia, sarebbe stato estremamente preoccupante se armi del genere fossero cadute nelle loro mani.
Mentre monsieur Gilbert, il magistrato incaricato delle indagini, interrogava Rimbault, Guichard si prese una domenica mattina di permesso accettando l’invito di assistere all’esecuzione di Renard, un operaio di La Villette che aveva sparato e ucciso un poliziotto nell’agosto del 1910. La giustizia borghese operò alla fredda luce dell’alba ed il corpo venne portato a Ivry per essere sepolto in una fossa senza nome.
Due giorni dopo la polizia perquisì i locali de L’Idée Libre in passage de Clichy e vi trovò Marie Vuillemin. Un serrato interrogatorio rivelò che viveva con un certo Octave Garnier a Vincennes, ma una perquisizione al 42 rue des Laitières portò alla luce ben poco, a parte qualche attrezzo da scasso. Tuttavia, quando le sue foto vennero mostrate a Caby ancora in ospedale, per poco non gli venne un colpo: «è lui! è lui!», gridò, ammettendo di aver commesso un errore identificando Carouy. La fotografia venne consegnata alla stampa e la polizia annunciò in via confidenziale che l’arresto era ormai «solo questione di ore».
***
Octave Garnier aveva lasciato rue des Laitières con Marie alla vigilia di Capodanno, dopo l’arresto di Dettweiler. Trascorsero alcuni giorni a casa di suo fratello in rue du Plateau, mentre Octave cercava di affittare da qualche parte una casa sicura per René Valet. Facendosi passare per un correttore di bozze de L’Illustration, prese in affitto una piccola soffitta al sesto piano di, fra tutti i posti, rue Ordener. René e Anna si trasferirono là l’8 gennaio, portandosi dietro un letto, un tavolo e un paio di sedie. Octave dormiva talvolta da Godorowski in rue Cortot, ma ora più spesso da René Valet. Marie andò a stare per un po’ con Lorulot all’Idée Libre. Louise Dieudonné aveva lasciato Lorulot dopo Natale, dopo numerosi incontri strazianti con suo marito Eugène nei caffé di Montmartre. Eugène era arrivato a Parigi da Nancy appena prima Natale e si era sistemato, attraverso David Belonie, nella vecchia stanza di Bonnot in rue Nollet. Belonie disse alla vedova che «Monsieur Comtesse» era fuori per prolungati affari sulla Costa Azzurra e le presentò «Monsieur e Madame Aubertin», che vi si trasferirono il 26 o il 27. Nel frattempo Bonnot si era messo in contatto con Rodriguez, rientrato dal suo soggiorno forzato in Inghilterra, per piazzare le obbligazioni rubate: arrivò il 18, il giorno prima l’arresto di Rimbault, e si registrò in un albergo vicino Barbès-Rochechouart sotto il nome di Alphonse Lecoq. Belonie viveva a Sotteville, nei sobborghi di Rouen.
I compagni illegalisti decisero di allargare il loro raggio di azione fino al Belgio, in posti che Garnier e Callemin conoscevano bene o di cui avevano informazioni di seconda mano attraverso Carouy e De Boe. Il giorno dopo l’arresto di Marie, Bonnot Garnier e Callemin presero il treno per Gand e quella notte penetrarono nel garage di un dottore del luogo. Bonnot guidò la lussuosa automobile rubata fino ad Amsterdam, dove fu venduta per ottomila franchi. Sulla via del ritorno a Parigi si fermarono in una città del nord dove svaligiarono con successo la casa di un vecchio benestante. Tuttavia cattive notizie li attendevano al ritorno: Octave aveva scoperto che Marie era stata arrestata e che la sua fotografia era stampata su tutti i maggiori quotidiani parigini — adesso era troppo tardi per tornare indietro, anche se lo avesse voluto. Solo Raymond non era ancora sospettato d’essere coinvolto nella rapina di rue Ordener, sebbene potesse essere solo una questione di tempo prima che il suo nome saltasse fuori. Quel giorno, il 26 gennaio, Marius Medge, Barbe Leclech e Arthur Mallet vennero arrestati a St Cloud e portati in questura per essere interrogati. Entrambi gli uomini furono trovati in possesso di rivoltelle cariche.
Dopo quest’ultimo avvenimento, Bonnot e Garnier si precipitarono a Lione per vedere con l’avvocato dei Thollon se c’era qualche possibilità che Judith potesse essere rilasciata in libertà provvisoria. L’avvocato spiegò che sfortunatamente Judith si trovava in una posizione peggiore rispetto a Jeanne o a Marie, ad esempio, perché era accusata di aver ricevuto oggetti rubati ed era ben difficile che venisse rilasciata vista la sua associazione con uno degli uomini più ricercati di Francia. D’altro canto, avrebbero anche potuto rilasciarla nella speranza di attirare Bonnot in una trappola; più di questo, non sapeva dire. I due uomini ripresero il treno per Parigi e dopo essersi incontrati con Callemin andarono di nuovo a Gand.
Alla periferia della città trovarono un promettente garage con due macchine parcheggiate. Mentre Bonnot cercava senza successo di metterne in moto una, arrivò per caso l’autista. Rifiutò di obbedire all’ordine di Bonnot di mettere in moto una delle due macchine, o per testardaggine o per scarsa conoscenza della lingua francese. Infuriato Garnier raccolse un ceppo di legno e lo spezzò sulla testa dell’autista, uccidendolo sul colpo. Mentre fuggivano furono fermati da una guardia notturna che per ricompensa venne abbattuta da Garnier, pur riuscendo a sopravvivere per raccontare il fatto. Alla ricerca di un rapido mezzo per scappare provarono in un altro garage ma vennero disturbati un’altra volta e furono costretti a camminare per alcuni chilometri fino alla stazione di Wetteren, dove attesero il primo treno. Ad Antwerp si incontrarono con Jean De Boe e tutti e quattro andarono ad Amsterdam per vedere se c’era qualche possibilità di negoziare le obbligazioni di rue Ordener. Il risultato fu di nuovo negativo. In Olanda riuscirono a rubare una macchina che però si bloccò a metà strada in Belgio, costringendoli a tornare a Parigi in treno.
Quando scesero alla Gare du Nord, scoprirono che la stampa riportava la notizia secondo cui la polizia era alla ricerca di una banda di cinque uomini, con base attorno alla periferia nord-est della capitale, dedita al furto con scasso, al furto d'auto e alla contraffazione; accanto al resoconto c’erano tre foto — quelle di Bonnot, di Garnier e di Carouy. Si diceva che organizzassero i loro colpi nei caffé sul boulevard Clichy. Il legame con gli anarchici era adesso decisamente stabilito.
***
Dopo che Raymond e Octave avevano lasciato rue Fessart nelle prime ore del giorno di Natale, Victor sentì di dover fare qualcosa per mostrare a Raymond che, dopo tutto, non era intenzionato ad abbandonarlo. Non c'era una particolare simpatia fra Victor e Octave, e Bonnot gli era sconosciuto, ma Raymond era il suo più vecchio amico. Victor non era mai stato coinvolto in azioni illegali in passato e non lo avrebbe fatto ora, ma aveva sempre difeso con vigore le azioni dei rivoluzionari quando si scontravano con la repressione dello Stato o con l’isteria reazionaria dell’opinione pubblica. Come propagandista, come editore di fatto de l’anarchie, era suo dovere sostenere i suoi compagni di un tempo, almeno a parole.
La prima edizione de l’anarchie per il nuovo anno apparve giovedì 4 gennaio 1912 e conteneva un articolo intitolato “I banditi” firmato Le Rétif:
«Che in pieno giorno si spari ad un miserabile commesso di banca, ciò mostra che degli uomini hanno finalmente compreso le virtù dell’audacia.
Io sto dall’altra parte e non ho paura a confessarlo. Io sto con i banditi. Trovo che il loro ruolo sia bello; vedo in loro degli uomini. Altrove non vedo che villani e burattini.
Comunque sia, preferisco colui che lotta. Forse morirà più giovane, conoscerà la caccia all’uomo e il bagno penale; forse finirà sotto il bacio abominevole della vedova (5). Può darsi! Amo colui che accetta il rischio della grande lotta: è virile.
E poi, vincitore o vinto, il suo destino non è preferibile al tetro vegetare ed all’agonia infinitamente lenta del proletariato che morirà abbrutito e pensionato, senza aver approfittato dell’esistenza?
Il bandito, quanto a lui, gioca. Ha dunque qualche speranza di vincere. Ed è abbastanza.
I banditi dimostrano forza.
I banditi dimostrano audacia.
I banditi mostrano la loro ferma volontà di vivere».
Solo due affermazioni attenuano lievemente questo articolo apologetico: «Le loro azioni costituiscono gli effetti di cause situate al di sopra della loro personalità. Queste cause scompariranno solo con la trasformazione dell’ordine sociale». In altre parole il banditismo esisteva solo come reazione alla società, in questo caso capitalista. L’articolo suggeriva che quelli della “banda Bonnot” erano solo gli agenti attraverso cui questo fenomeno ricorrente si stava manifestando...
Victor sviluppò le sue argomentazioni in forma di note per due causeries che si dovevano tenere nel fine settimana del 27-28 gennaio. La prima conferenza, “L’individuo contro la società”, doveva tenersi alla Università Popolare in Faubourg St Antoine, la seconda, intitolata “I banditi” e annunciata con una matinée artistique, doveva garantire la presenza di una buona folla in un’altra Università Popolare in rue de Tretaigne a Montmartre, la domenica.
Kibalchich sostenne che la Società era la nemica di ogni individualità attraverso le sue leggi di conservazione sociale e di conformismo, che deformavano gli individui in esseri rachitici, seppur “socializzati”, che non potevano fare nient’altro che adeguarsi ad un ruolo. Non aveva illusioni sul progresso sociale e fatalisticamente suggeriva che le cose sarebbero andate sempre così. Come ripeté in una risposta ad una lettera critica nei confronti di un suo articolo, egli considerava le azioni dei banditi «logiche, inevitabili, persino necessarie»...
Naturalmente la polizia era convinta che i banditi non fossero del tutto estranei, né fisicamente né ideologicamente, a l’anarchie. Questo ambiente era stato sotto quasi continua sorveglianza: lo stesso Le Rétif era stato notato per la prima volta dalla “Brigata anarchica” nel luglio del 1910, quando Guichard era ancora in carica. Avevano persino ricevuto una lettera dalla gendarmeria di Bruxelles, datata 12 settembre 1911, che elencava quindici anarchici noti per frequentare la Francia e fra questi c’erano: «Carouy Edouard... (pericoloso, ha sempre con sé una Browning), De Boe Jean... con la sua compagna Barthelemess Ida, Lecot Henri-Charles, Callemin François-Raymond» e il nono della lista era «... Kibalchich Victor». Veniva segnalato che tutti frequentavano il numero 16 di rue Bagnolet a Romainville, sede de l’anarchie. Altri nomi saltarono fuori dalla pagina iniziale del documento, in una colonna intitolata «Tre parole ai nostri amici»; oltre a Rirette, Lorulot e Le Rétif c’erano messaggi per Carouy, De Boe e Callemin (noto anche come Raymond C), “Platano di Lione”, Dieudonné, Rusca, Rodriguez, Belonie, Mallet ed altri meno famosi — Simantov, Elie Monier, Sazy, Reinart, Baraille, Bill, Ducret e “Victor Grango”. In altre parole sembra che l’anarchie fosse il punto di contatto fra il gruppo di Lione e quello di Bruxelles: facevano tutti parte dello stesso ambiente politico, di cui Victor Kibalchich era il maggior teorico e portavoce. Gli informatori della polizia e gli investigatori in borghese tenevano costantemente d’occhio gli incontri delle Causeries Populaires ed uno di loro riportò che «le persone di rue Fessart sembrano felici del rapido progredire del banditismo». Degli “illegalisti” veniva detto che «una parte diventa illegale seguendo fino in fondo le proprie teorie; altri coprono le loro azioni con la teoria» e veniva aggiunto che «molti vecchi appassionati delle Causeries Populaires dai tempi di Libertad hanno lasciato questo ambiente definitivamente, trovandolo troppo compromesso». Come esempi venivano fatti i nomi di Durupt e Israel.
Alla fine Guichard ordinò una perquisizione in rue Fessart per mercoledì 31 gennaio, giorno in cui molti compagni sarebbero stati presenti per ritirare il giornale pronto per la distribuzione. La piccola Chinette sentì bussare alla porta alle sei del mattino e corse giù per le scale ad aprire; entrarono Louis Jouin e decine di poliziotti. Successivamente Victor ricorderà che Jouin gli aveva parlato amabilmente «delle idee di Sébastian Faure che egli ammirava, del deplorevole discredito gettato dai fuorilegge su un ideale... Non mi sembrò né malevolo né ipocrita, ma profondamente triste, e che facesse coscienziosamente il suo mestiere». Tutte le undici persone fermate per essere interrogate vennero rilasciate senza nessuna accusa.
Ma Victor non si sarebbe tirato fuori dai guai così facilmente. Il martedì seguente, alle sette del mattino, rue Fessart venne perquisita di nuovo da poliziotti armati che presero una manciata di lettere, alcuni francobolli e, cosa molto più seria, due pistole automatiche Browning. Quel pomeriggio Victor venne arrestato e portato nella centrale della Surété, dove lui e Rirette furono incriminati assieme per possesso di oggetti rubati, proprio le due pistole che provenivano entrambe dal furto all’armeria di rue Lafayette, avvenuto alla vigilia di quel Natale 1911. Più tardi Rirette ammise di averle comprate, in modo un po’ insensato, da un “compagno” per lei e Victor.
Kibalchich si trovava ora in una posizione poco invidiabile: Rimbault, Medge e Mallet, noti complici di Carouy, erano stati tutti trovati in possesso dello stesso tipo di pistole, benché provenienti da diversi furti, e i proiettili sparati durante la rapina di rue Ordener appartenevano ad una Browning calibro 9. Era quindi ipotizzabile che le armi trovate in rue Fessart potessero collegare Victor direttamente ai banditi in automobile.
Jouin parlò amabilmente ma francamente con Victor di queste vicende. Forse le cose sarebbero state più facili per lui se avesse aiutato la polizia nelle indagini; dopo tutto, entrambi sapevano che lui sapeva con precisione chi erano i banditi. Forse Victor avrebbe potuto fornire loro qualche informazione utile? Victor rimase in silenzio. Jouin continuò a parlare di come i banditi stessero screditando l’ideale anarchico; egli capiva come uno potesse rimanere fedele ai propri amici, ma quegli articoli che aveva scritto non sarebbero apparsi belli alla luce delle accuse che gli venivano rivolte, avrebbero addirittura potuto essere usati contro di lui come prova di una cospirazione. Victor, chiaramente irritato da una simile ipotesi, ripeté che egli non aveva nulla a che fare con la rapina di rue Ordener e non sapeva nulla di nessuna delle persone coinvolte.
Il vicecapo della Surété provò con una tattica diversa: Marius Medge era in carcere accusato di aver svaligiato l’ufficio postale di Romainville l’autunno precedente; Carouy era anch’egli sospettato; francobolli dell’ufficio postale erano stati trovati in rue Fessart quella mattina. L’ovvia spiegazione era che i francobolli erano stati comprati quando l’anarchie era ancora al numero 16 di rue de Bagnolet ed erano stati semplicemente trasferiti con ogni altra cosa durante il trasloco a Parigi. Ma Carouy e Medge stavano regolarmente in rue Bagnolet e forse andavano a trovare ancora Victor e Rirette in rue Fessart. Per caso Victor sapeva dove si trovassero questi due uomini la sera del 2 gennaio? Egli non aveva idea. Jouin lo informò che Medge stava per essere incriminato del sanguinoso omicidio del vecchio e della sua domestica. Victor si rifiutò di credere che uno di loro potesse avere avuto a che fare con un delitto così spaventoso, ma gli venne detto che la polizia aveva prove inconfutabili: le sue impronte digitali erano state trovate dentro la casa. Jouin spinse a fondo il suo vantaggio — sì, era un delitto spaventoso, anche secondo i criteri anarchici: simili uomini potevano essere considerati anarchici? Era giusto che simili persone infangassero l’ideale anarchico? Non vedeva che, attraverso una piena collaborazione con le indagini, Victor non solo avrebbe aiutato se stesso ma avrebbe fatto un grande favore al movimento anarchico nel suo insieme? E per mostrargli di essere un uomo d’onore e che aveva fiducia nel fatto che Victor sarebbe stato ragionevole, avrebbe dato ordine di rilasciare Rirette su cauzione.
Dopo essere stato riportato nella sua cella, Victor indugiò sul suo dilemma: era impossibile per lui, come anarchico, collaborare con la polizia; era impossibile per lui, come amico di Raymond, dire qualcosa che avrebbe potuto portare Raymond sulla ghigliottina; eppure venire associato a cose come il mortale martellamento di un vecchio e l’abbattimento di un seppur “miserabile” commesso di banca, e tutto in nome dell’anarchia, era molto dura da digerire. E Rirette poteva venire arrestata in qualsiasi momento se egli non parlava. Eppure sapeva cosa doveva fare — restare in silenzio.
(1) La Parigi del 1911 assomigliava ancora a una città medievale, circondata da fortificazioni, con doganieri a ciascuna delle oltre venti porte della città.
(2) La prima rapina simile avvenuta negli Stati Uniti, riportata in Inghilterra su The Times, sembra abbia avuto luogo il 23 settembre 1912, quasi nove mesi dopo l’assalto di rue Ordener .
(3) La Surété Nationale può essere considerata simile al Federal Bureau of Investigations (FBI) degli Stati Uniti; responsabile dei crimini più gravi, spionaggio, minaccia allo Stato e sorveglianza interna per l’intero territorio.
(4) In ricordo della “banda Bonnot”, questa armeria venne saccheggiata dopo una manifestazione in favore della liberazione di prigionieri politici baschi nel 1974.
(5) “Vedova” era il soprannome dato alla ghigliottina.
[The Bonnot Gang, Rebel Press, Londra,1987]
http://www.finimondo.org/node/616
mercoledì 30 novembre 2011
Proyección de la película : "La Bande a Bonnot" .Bsas

Sábado, 3 de diciembre · 18:00 hrs
Proyeccion de la pelicula : La bande a Bonnot
con subtitulos en español .
Aporte solidario 10pe // Buffet vegano
Biblioteca Anarquista Mauricio Morales : Catamarca 1010. Barrio pompeya (Merlo) a 10 cuadras de la estacion Paso del rey.
La banda de Bonnot
La Bande À Bonnot (en español, La Banda Bonnot) fue un grupo de anarquistas ilegalistas franceses de principios del siglo XX (1911 – 1912) que enfocaron su accionar en el robo a mano armada. El grupo fue compuesto principalmente por Jules Bonnot, Raymond Callemin, Octave Garnier, Édouard Carouy y André Soudy.
http://viruspunkdistri.blogspot.com/
martedì 25 ottobre 2011
LA BANDE Á BONNOT

Este Miercoles 2 de Noviembre desde las 20:00 hrs. estaremos estrenando la pelicula sobre la Banda Bonnot con subtitulos en español. La entrada es un aporte solidario de $1.000.
La Bande À Bonnot (en español, La Banda Bonnot) fue un grupo de anarquistas ilegalistas franceses de principios del siglo XX (1911 – 1912) que enfocaron su accionar en el robo a mano armada. El grupo fue compuesto principalmente por Jules Bonnot, Raymond Callemin, Octave Garnier, Édouard Carouy y André Soudy.
Los fondos recaudados serán utilizados en la elaboración de propaganda. Lxs esperamos!!
http://materialanarquista.blogspot.com/
martedì 20 settembre 2011
Un guiño a la historia (VIII). Eran un buen grupo, en su estilo el mejor... Bonnot y su banda



Una infancia difícil
Jules Joseph Bonnot nació en Pont-de-Roide el 14 de octubre de 1876. Su madre fallece el 23 de enero de 1887 en Besançon cuando él sólo contaba con diez años. Su hermano se suicida ahorcándose en 1903 a causa de un desengaño amoroso. El padre de Jules, obrero fundidor, analfabeto, tuvo que hacer frente sólo a la educación de su hijo. Los estudios de éste último no van bien y abandona rápidamente la escuela.
Con catorce años comienza a trabajar de aprendiz. No está muy motivado en su penoso trabajo y riñe con sus sucesivos patrones. En 1891, con quince años, Bonnot es condenado por primera vez por pescar con artes prohibidas, y más tarde, en 1895 a causa de una pelea en un baile. Se casa después de su servicio militar en 1901 con Sofía, una joven modista con la que emigra a Ginebra.
Militancia anarquista
Es en aquella época cuando Bonnot comienza a militar en el anarquismo. Es despedido de los ferrocarriles de Bellegarde debido a su militancia política, y nadie más acepta contratarlo. Decide entonces irse a Suiza. Encuentra un puesto de mecánico en Ginebra y su mujer queda embarazada. Pero el niño, Émilie, muere algunos días después del parto. Bonnot se dedica constantemente al anarquismo y adquiere reputación de agitador, motivo por el cual es expulsado de Suiza.
Sus dotes de mecánico le permiten encontrar rápidamente un empleo en casa de un gran fabricante de automóviles de Lyon. En febrero de 1904 su mujer da a luz un segundo niño. Las convicciones políticas de Bonnot se mantienen vivas, denunciando las injusticias y participando en huelgas, con lo que se atrae la ira de los patronos. Decide entonces dejar Lyon para ir a Saint-Étienne.
En Saint-Étienne ejerce de mecánico en una empresa reconocida. Vive con su familia en casa del secretario de su sindicato, Besson, que se hace amante de su mujer. Para escapar de la cólera de Bonnot, Besson se va a Suiza con Sofía y el niño. Su ahínco por la anarquía es aún más fuerte. Su huida le hizo perder el empleo y se convierte, como muchos otros en aquella época, en un parado desamparado. De 1906 a 1907 abre dos talleres de mecánica en Lyon, cometiendo algunos robos con Plátano, su brazo derecho. En 1910 va a Londres y consigue un empleo como conductor de Sir Arthur Conan Doyle, el "padre" de Sherlock Holmes, gracias a su destreza como chófer, que le será más que útil en su aventura ilegalista.
Los inicios de la banda
A finales de 1910, Bonnot está de regreso a Lyon y utiliza el automóvil como técnica criminal, una innovación. La policía lo busca y deja precipitadamente Lyon con "Plátano". En el camino, mata a Plátano en circunstancias que quedan poco claras: según la versión que les dará a sus futuros cómplices, Plátano se habría herido gravemente con su revólver por accidente, y él le habría rematado para evitarle sufrir. Como anota Alphonse Boudard,1 Bonnot no podía dar otra versión, ya que Plátano era su aval ante los anarquistas parisinos. Bonnot ha recuperado una fuerte suma de dinero que Plátano llevaba encima, la hipótesis de un homicidio intencionado no puede ser descartada.
Acabando noviembre de 1911, Bonnot encuentra apoyo en el periódico l'Anarchie, dirigido por Victor Serge. Varios simpatizantes anarquistas acabarán convirtiéndose en sus cómplices, como los dos principales, Octave Garnier y Raymond Callemin llamado "Raymond-la-science", otros desempeñarán un papel menor en el asunto, Élie Monnier apodado "Simentoff", Édouard Carouy, André Soudy, así como Eugène Dieudonné, cuyo papel exacto realmente no ha sido dilucidado jamás. Adeptos de la expropiación individual, todos habían cometido ya hurtos menores, y desean pasar a la etapa superior. La llegada de Bonnot desempeña un papel catalizador. Aunque la idea de un jefe repugna a los anarquistas, Bonnot, de más edad, más experimentado en el crimen, virtualmente va a desempeñar este papel.
El atraco a la Société Générale
El 14 de diciembre de 1911, Bonnot, Garnier y Callemin roban un automóvil con la intención de usarlo posteriormente para sus proyectos. Haciendo uso de sus conocimientos de los diferentes modelos, Bonnot escogió un "Delaunay-Belleville", marca de lujo que sabe fiable y rápida.
Una semana más tarde, el 21 de diciembre de 1911, a las 9, en la calle Ordener de París, Bonnot, Garnier, Callemin y posiblemente un cuarto hombre se presentan al encuentro del cobrador de la Société Générale y su guardaespaldas. Cuando los ven, Garnier y Callemin se precipitan fuera del coche, quedándose Bonnot al volante. Garnier dispara dos veces sobre el cobrador que se desploma, gravemente herido. Callemin recoge su maletín, y ambos huyen en dirección al coche, a pesar de la intervención de transeúntes que Bonnot intenta dispersar disparando al aire. Una vez Callemin y Garnier entran al interior, Bonnot arranca, pero Callemin pierde el maletín en la cuneta. Desciende para recuperarla, percibe a alguien que corre en su dirección, sobre el que dispara sin darle, luego vuelve a subir al coche. Según varios testigos, el cuarto hombre habría intervenido en este momento. Por fin, Bonnot arranca, y la banda emprende la huida.
Es la primera vez que un coche es utilizado para cometer un atraco y el acontecimiento tiene una resonancia considerable, aumentada por la grave herida del recaudador. Al día siguiente el acontecimiento es portada de los periódicos. La banda quedó defraudada al descubrir que el botín es sólo de algunos títulos y 5000 francos. Abandonan el coche en Dieppe y luego vuelven a París. Callemin, que partió a Bélgica intentó en vano negociar los títulos. Durante este tiempo la policía descubre que el atraco está vinculado al entorno anarquista, noticia que cuando trasciende a la prensa aumenta todavía más la resonancia del asunto.
Aproximadamente una semana después del atraco de la Société Générale, Garnier y Callemin encuentran refugio durante algunos días en casa de Victor Serge y su amante Rirette Maitrejean. A pesar de no aprobar los métodos de la banda, los albergan por solidaridad. Poco después de la marcha de Garnier y Callemin, la policía, siempre recelosa con los anarquistas conocidos, registra el domicilio de Serge. La pareja es arrestada, oficialmente por tenencia de armas encontradas en un paquete dejado por un amigo anarquista. La prensa presentó a Victor Serge como el cerebro de la banda, estimando que sin él, la captura de la banda seria inminente. El suceso consiguió el efecto contrario: jóvenes anarquistas cono René Valet y André Soudy, indignados por este arresto, se adhieren al grupo ilegalista.
Otros robos y atracos
La Banda continua su periplo, el 31 de diciembre en Gante, Bonnot, Garnier y Carouy intentan robar un coche. Son sorprendidos por el conductor pero Bonnot deja inconsciente a este, después mata con el revolver a un sereno alertado por el ruido. El 3 de enero de 1912 en Thiais, Carouy, acompañado de Marius Metge, asesina a un rentista y su doncella en el curso de un robo. Nada indica que este doble homicidio haya sido acordado con Bonnot y sus otros cómplices, pero el hecho de la participación de Carouy en el golpe de Gante hace que la justicia lo confunda con otros crímenes de la banda. El 27 de febrero Bonnot, Callemin y Garnier roban un nuevo Delaunay-Belleville. Un agente de policía que intenta interceptarlos, con motivo de la conducción temeraria de Bonnot en París, es abatido por Garnier. Esta muerte de un agente del orden todavía aumenta mas el furor de la prensa y de la opinión pública, que exigen la captura de la banda. Al día siguiente en Pontoise, el trío intenta desvalijar la caja fuerte de un notario. Sorprendidos por este, son obligados a huir abandonando el botín..
Durante este tiempo, Eugene Dieudonné es arrestado. Dieudonné niega toda participación en las actividades criminales de la banda, sin embargo admite conocer a Bonnot y a los otros miembros y reconoce sus simpatías anarquistas. Es acusado de participar en el atraco de la calle Ordener por el recadero de la Société Générale, que había en un primer momento reconocido a Carouy y después a Garnier en las fotos que le habían sido mostradas.
El 19 de marzo, una carta publicada en el periódico Le Matin causa sensación. En ella, Garnier provoca a las fuerzas de Policía desafiándoles a detenerlo. No se hace ilusiones sobre su suerte: "se que seré vencido y que soy el más débil", escribe, "pero cuento con haceros pagar muy cara vuestra victoria". Exculpa a Dieudonné, afirmando ser el autor de los crímenes de los que este está acusado. La carta esta firmada con una huella digital que la policía reconoce como autentica
El 25 de marzo, el trío habitual, Bonnot, Garnier, Callemin, acompañados de Monnier y Soudy, se disponen a efectuar el robo de una limusina del concesionario De Dion-Bouton; habían estado observando por casualidad, al pararse a atarse unos zapatos delante del garaje, como se compraba y escuchado el día de entrega y hacia donde pensaban dirigirse con ella dos empleados del nuevo propietario (hacia la costa Azul, vía Lyon, lugar donde se encontraba el comprador para entregársela). Para ello, el grupo se desplaza a las 5 de la de la mañana y toma posiciones en la carretera, en las inmediaciones de Villeneuve-Saint-Georges (en el sur de París). Bonnot se pone en medio de la carretera agitando un pañuelo. Cuando el coche se para, surge el resto de la banda. Creyendo que el que la conducía iba a sacar una arma, Garnier y Cellamin lo abaten a tiros, así como al otro ocupante del vehículo, que sobrevivió a sus heridas y posteriormente declaró que Bonnot había gritado en medio del tiroteo: "¡Basta ya! ¡Estáis locos! ¡Parad!".En el desbarajuste, la banda se sube a la limusina, pone rumbo de nuevo a París y deciden ir a la sucursal de la Société Générale en el barrio parisino de Chantilly para un atraco improvisado. Irrumpiendo en el banco, Garnier, Callemin, Valet y Monier abaten a tres empleados, embolsan los lingotes de oro y billetes en un saco, después vuelven al coche que Bonnot hace arrancar rápidamente. Los gendarmes son avisados, pero no disponiendo mas que de bicicletas y caballos, no pueden atrapar a la banda.2
El fin de la banda de Bonnot
Después de este último atraco, la policía va progresivamente poniendo fin a las actividades de la banda. El 30 de marzo, Soudy es detenido. El 4 de abril es el turno de Carouy. El 7 de abril, los policías capturan a Callemin, resultado importante pues este es uno de los protagonistas más relevantes junto a Garnier y Bonnot. El 24 de abril, Monnier es igualmente arrestado.
El 24 de abril, Louis Jouin, número 2 de la Sûrete, que está a cargo del asunto, registra en Ivry-sur-Seine el domicilio de un simpatizante anarquista. En una habitación tiene la sorpresa de reconocer a Bonnot, que le mata de un tiro de revolver, para después conseguir huir. Herido en el curso del tiroteo, Bonnot va a casa de un farmacéutico para hacerse curar. Explica al farmacéutico que se ha caído de una escalera de mano, pero este lo relaciona con el asunto de Ivry y avisa a las autoridades. La policía puede así hacerse una idea aproximada de la dirección donde se encuentra Bonnot y peina la región minuciosamente. El 27 de abril le sorprende en su escondite de Choisy-le-Roi. Bonnot tendrá tiempo de atrincherarse en su casa, y el jefe de Policía prefiere rodear los alrededores y esperar refuerzos antes que intentar el asalto.
Un largo asedio comienza, dirigido en persona por el Prefecto de Policía Louis Lépine. Cada vez llegan mas tropas diversas, hasta un regimiento de Zuavos con su ametralladora Hotchkiss, el último grito, así como numerosos mirones venidos para asistir al "espectáculo". Bonnot asoma a ratos sobre la escalera para disparar sobre sus enemigos; es evidentemente acogido con descargas pero consigue salir indemne. Mientras, el tiempo pasa, y la policía discurre la manera de poner fin al asedio, se desinteresa poco a poco de sus asediadores para ponerse a escribir su testamento. Finalmente, Lépine decide hacer saltar la casa con dinamita. Gravemente herido en la explosión, Bonnot se toma tiempo para terminar su testamento afirmando la inocencia de Dieudonné y muchas otras personas. Cuando los policías enviados por Guichard inician el asalto, consigue todavía recibirles a tiros antes de ser herido. Muere poco antes de llegar al Hospital de París.
Después de Bonnot, los dos últimos miembros de la banda en libertad son Valet y, sobre todo, Garnier, autor de la mayor parte de las muertes. El 14 de mayo son localizados en un chalet de Nogent-sur-Marne. Los policías esperan conseguir un arresto fácil, pero carecen de discreción y son localizados por Valet y Garnier que se atrincheran en la casa. Comienza un nuevo asedio, prácticamente igual al de Choisy, con un gran número de policías y militares y una tropa de curiosos venidos para seguir las operaciones. Durante más de 9 horas, Valet y Garnier mantienen a raya a un pequeño ejército de fuerzas del orden. Finalmente un regimiento de Dragones consigue hacer saltar la villa. La policía da el asalto y encuentra a los dos hombres muertos. Los agentes deben seguidamente pelearse para recuperar los cuerpos con la turba que quiere hacerlos papilla.
El proceso de los supervivientes
El proceso de los miembros supervivientes de la Banda de Bonnot tiene lugar en febrero de 1913. Los principales acusados son Callemin, Carouy, Metge, Soudy, Monnier, Dieudonné, Victor Serge, a los cuales se acompañan diversas personas acusadas de haber ayudado a la banda de diferentes maneras. Callemin es el principal componente vivo; utiliza el tribunal como una tribuna para expresar su revuelta. Niega los hechos que le son reprochados, pero de tal manera que no deja la menor duda sobre su culpabilidad. Carouy y Metge son sobre todo juzgados por la doble muerte de Thiais, ellos lo niegan pero sus huellas digitales los acusan sin duda. A Monnier y Soudy se les reprocha su participación en el golpe de Chantilly, en el que los testigos los reconocen formalmente. Victor Serge es presentado al inicio del proceso como el cerebro de la banda, lo que niega enérgicamente, mostrando que él en ningún momento se aprovechó de sus robos.
El único caso verdaderamente dudoso es el de Dieudonné, acusado de participar en el atraco de la calle Ordener. Bonnot y Garnier han afirmado su inocencia antes de morir. Dieudonné dispone de más de una coartada establecida por las pruebas, demostrando que él estaba en Nancy en el momento de los hechos. Contra él se presentan los testimonios de varios testigos, entre ellos el de ser el recaudador de los botines desvalijados por la banda.
Al concluir el proceso, Callemin, Monnier, Soudy y Dieudonné son condenados a muerte. Carouy y Metge son condenados a trabajos forzados a perpetuidad (Carouy se suicidara en su celda). Victor Serge es condenado a 5 años de prisión, ha conseguido librarse de la acusación de ser el cerebro de la banda, pero es condenado por los revólveres hallados en su casa en el curso de su arresto. Al anunciarse el veredicto, Callemin toma la palabra. Mientras que en el curso del juicio había negado participar en el golpe de la calle Ordener, se acusa y afirma que Dieudonné es inocente. Esta declaración va a ser utilizada por el abogado de Dieudonné para presentar un recurso de gracia al presidente Raymond Poincaré. Este conmuta la pena de Dieudonné por la de trabajos forzados a perpetuidad. En tanto los otros tres condenados a la pena capital, son guillotinados el 21 de abril de 1913 en la Prisión de la Santé de París
Recomendamos la lectura de…
- Bernard Thomas. La Belle Époque de la Banda de Bonnot. Edit. Txalaparta.
http://ni-hil.blogspot.com/
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