venerdì 18 maggio 2012

Sabato 19 Maggio - alle 17.00
presso il centro di documentazione proletaria (Via Genova 181, La Spezia)
presentazione di La rivoluzione dal basso. Dagli IWW ai Comunisti dei Consigli (1905-1923). Sarà presente l’autore.




Ha ragione Graziano Giusti, autore del libro La rivoluzione dal basso. Dagli IWW ai Comunisti dei Consigli (1905-1923). Gli Industrial Workers of the World (IWW) ed i Consiliaristi sono stati tra i più importanti movimenti rivoluzionari che si siano espressi nei punti alti dello sviluppo capitalistico. “Liquidarli perché sconfitti, o abbandonarli all’oblio, è ingiusto e colpevole”. Invero, queste esperienze, pur collocate in un tempo non vicinissimo, possono ancora suscitare riflessioni utili. Tuttavia, continuano ad essere poco conosciute in Italia. E ciò non si deve solo all’ovvio oscuramento attuato dai filoni culturali maggioritari della sinistra nostrana. Queste esperienze sono state largamente trascurate anche da quei settori che si sono posti in alternativa al movimento operaio ufficiale, egemonizzato dall’impostazione togliattiana.

 Ancora oggi, presso molti “eretici” continua a prevalere l’interesse per la stagione conflittuale snodatasi tra la fine degli anni ’60 e quella dei ’70, quel “lungo ‘68” italiano che, in effetti, non ha riscontri altrove.
Indagare su quella fase è senz’altro proficuo, soprattutto laddove si privilegi la ricognizione della sovversione diffusa, lo studio di tutti quei comportamenti di massa che ponevano in modo chiaro l’istanza dell’autonomia di classe. Ma quest’interesse non può essere esclusivo, né andare a discapito dell’approfondimento di fasi storiche più lontane, ma decisive. La ridefinizione di un’identità e di una progettualità rivoluzionarie, adeguate ad un momento tumultuoso come l’attuale, segnato dalla più grave crisi che il capitalismo abbia mai conosciuto, necessita anche di altri riferimenti.
Tra questi, non possono mancare gli IWW ed i Comunisti dei Consigli. Si pensi ai primi: nascono nel 1905 in quegli Stati Uniti che, proprio a cavallo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, in virtù di uno sviluppo economico impetuoso, pongono le basi del proprio primato mondiale. In questo contesto, gli IWW danno vita ad una originale e audace esperienza sindacale, contraddistinta dal rifiuto del verticismo e, soprattutto, dalla centralità dell’azione diretta. Quest’ultimo carattere, prima ancora che a un’ideologia sembra rispondere alle peculiarità di un quadro sociale diverso da quello dei grandi paesi europei, perché segnato da un conflitto di classe che si esprime nei modi più duri, senza essere mitigato da veri e propri luoghi di mediazione. Svolgendo un lavoro capillare – e rivelando da subito una notevole presa sugli strati inferiori della classe proletaria – gli IWW hanno saputo convogliare verso un unico percorso di emancipazione masse dalle provenienze più disparate, ponendosi come punto di riferimento fondamentale per i lavoratori immigrati di prima e seconda generazione, soprattutto negli Stati dell’est.
Si può dunque affermare che, in una società fortemente segregante come quella statunitense, che induceva le diverse comunità a chiudersi in sé stesse, gli IWW abbiano compiuto un “miracolo” politico-organizzativo. Il fatto che siano stati sconfitti, a causa di carenze progettuali e della spietata azione repressiva del potente apparato statale americano, non toglie nulla, quindi, al valore di esempio della loro esperienza.
Anche i Consiliaristi hanno agito in una situazione estrema: nella Germania del primo dopoguerra si sono scontrati con l’organizzazione responsabile della morte di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Ossia, l’SPD, partito capace – come pochi altri, a livello continentale – di “disciplinare” le masse operaie e di indirizzarne gli sforzi verso conquiste graduali. Di fronte ad un movimento operaio così “istituzionalizzato”, i Consiliaristi hanno sviluppato una teoria ed una prassi inedite. Rifiutando la concezione, dovuta a Kautsky, del partito portatore dall’esterno della coscienza ad un proletariato del tutto passivo, essi sono giunti a relativizzare il ruolo dell’organizzazione politica classica, per concentrarsi sui consigli operai. Cioè su organismi profondamente differenti dal parlamento borghese, perché non basati “sull’individuo preso nella sua qualità di cittadino…”, ma sull’”uomo veramente concreto”che è “un lavoratore” (Anton Pannekoek, citato da Giusti).
I Consigli, in sostanza, sono i luoghi dell’espressione delle spinte reali della classe proletaria, basati su meccanismi (come la revocabilità dei rappresentanti) tali da impedirne l’irrigidimento burocratico. Nello stesso tempo, sono gli organismi cardine di un processo rivoluzionario che non si pone l’obiettivo di sostituire la borghesia alla guida della macchina statale, puntando invece ad avviare quell’opera di trasformazione sociale che culminerà nell’estinzione dello Stato stesso.
Alla base di questa impostazione, che ha suscitato diverse critiche, vi è una grande fiducia nelle capacità di autoemancipazione del proletariato. Non a caso, dopo la fine della fase rivoluzionaria in Germania, alcuni teorici consiliaristi radicalizzarono il loro discorso, definendo una vera e propria teoria dell’autorganizzazione: di certo la più organica che si sia mai avuta, nonostante alcuni punti irrisolti (legati al modo sbrigativo con cui fu liquidato il problema del partito).
Oggi, rievocare le vicende degli IWW e dei Consiliaristi – sulla base di un testo, quello di Graziano Giusti, che coniuga rigore scientifico e passione militante – può aprire orizzonti di discussione inaspettati.
Mai come in questi anni, in Italia, siamo stati posti dinanzi ad una delle questioni affrontate dagli IWW: la necessità di unificare un proletariato multietnico. Un’opera davvero urgente, tanto più in un fase in cui proprio gli immigrati sono protagonisti di alcuni tra i più notevoli momenti di conflitto di classe che si verificano nel paese: episodi che, pur nella dimensione locale (i braccianti in Puglia, i lavoratori delle cooperative della logistica in Lombardia), hanno evidenti implicazioni generali, così da porre con vigore la necessità di costruire un’autentica istanza di coordinamento delle lotte su scala nazionale.
Nello stesso tempo, la bancarotta ormai totale delle organizzazioni della sinistra alternativa, disegna uno scenario nuovo, caratterizzato da un vuoto. Che non può essere colmato né con i mantra sul partito qui è subito, né con l’ennesimo (e grottesco) tentativo di “rifondare” quanto è rovinosamente fallito. Per non dire dell’improduttività di quei generici discorsi delle aree antagoniste che hanno in parte svilito lo stesso concetto di autorganizzazione.
Occorre ripensare tutte quelle esperienze in cui s’è effettivamente data l’organizzazione dal basso dei proletari, al di fuori di quel rapporto fra capi e masse gregarie che ha spesso imperversato nella storia del movimento operaio.
Dunque, è notevole la portata degli stimoli e dei suggerimenti che possiamo ricavare dalla rilettura di vicende in apparenza lontane. E il confronto con l’opera di Graziano Giusti può essere un primo passo in quel lungo e necessario percorso che va compiuto per ridefinire la progettualità comunista.



Comunisti per l’organizzazione di classe (Combat), Autonomia Spezzina


http://www.informa-azione.info/sabato_19_maggio_%E2%80%9Cla_rivoluzione_dal_basso%E2%80%9D_una_storia_da_riscoprire_una_discussione_da_fare

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