mercoledì 30 novembre 2011

(it/fr)-Solo parole?


Avete visto la rabbia di molti indignati, lo scorso 15 ottobre a Roma, nei confronti di chi mandava in frantumi vetrate di banche od oggetti sacri? Li hanno insultati, strattonati, smascherati per la gioia dei poliziotti. Non riuscivano a capacitarsi della loro presenza in quel corteo. Gente che protesta contro il massacro sociale imposto dal mercato ha trovato intollerabile che qualcuno danneggiasse una banca. Gente scesa in strada perchè stanca di una vita di obbedienza si è infuriata davanti all’atto iconoclasta compiuto da chi non intende inginocchiarsi. Perché questa biliosa stizza davanti ad azioni che la ragione in fondo dovrebbe rendere, se non condivisibili, quanto meno comprensibili? Com’è possibile che la delazione, da abiezione da nascondere, pure fuori dalle questure, sia diventata una virtù da alimentare?

Da quasi un secolo ci chiediamo se la mediocrità del nostro universo non dipenda essenzialmente dal nostro potere di enunciazione. Se le catene della riproduzione sociale non siano forgiate direttamente dentro la nostra testa. Quando parliamo, quando scriviamo, esprimiamo le nostre idee e i nostri progetti. Comunichiamo le nostre tensioni, ciò che ci muove e ciò che vorremmo realizzare. Ma le parole non le abbiamo inventate noi e, così come ci sono state consegnate, avvolte nella loro livrea domestica, rispondono per lo più ai richiami all’ordine. La fantasia non trova spazio nel blocco monolitico dell’ideologia dominante, finisce per essere risucchiata nei suoi anfratti. Il detto e il ridetto ci inchiodano a questo universo comune, in cui tutto lavora, produce, consuma, sciopera perfino; tra un salario da guadagnare e un conto da pagare, non c’è tempo, non ci sono occasioni per l’avventura. Attingiamo pensieri e concetti da un immaginario che percepiamo nostro solo perché ci siamo cresciuti assieme, ma che non abbiamo ideato noi. Non è affatto una nostra creatura, unica ed originale, strappata alle banalità dei luoghi comuni attraverso una dura ricerca e una selezione. Ci è stato instillato giorno dopo giorno, già fabbricato e preconfezionato. Noi lo abbiamo solo adattato alla nostra misura. Da qui abbiamo assorbito il rispetto per l’autorità, il sentimento di "appartenenza", la paura o l’orrore per l’ignoto. Da qui abbiamo ricavato anche quella critica spuntata, incapace di andare oltre i confini del già dato (quella che davanti alle devastazioni del capitalismo è in grado di rivendicare al massimo merci senza logo, quella per cui il conflitto non può che essere istituzionale e normativo). Non potendo battersi per un’esistenza che sia tutt’altro, ci si limita a pretendere una diversa configurazione del medesimo.
Questa riduzione dell’orizzonte umano ad una realtà sordida quanto definitiva non è una scelta consapevole, non viene teorizzata e giustificata, avviene da sé, s’impone con la forza dell’abitudine. Chi nel passato ha avuto la sfortuna di essere testimone dell’avvento del totalitarismo ha osservato come esso non si sia insinuato nella carne e nel sangue delle persone attraverso i comizi, l’ideologia, le manifestazioni o le parate. No, sono state le singole espressioni, le frasi fatte, le locuzioni apparentemente innocue ripetute innumerevoli volte, mandate in memoria, accettate meccanicamente, a preparare l’orrore.
Il linguaggio – come è più volte stato osservato – non si limita a creare e a pensare per noi, dirige anche il nostro sentire, indirizza il nostro essere. La lingua dello Stato, quella che ci è stata insegnata fin dalla nascita, quella capace solo di coniugare Diritti e Doveri, non è uno strumento neutro di comunicazione. È una macchina da guerra contro il possibile, una camicia di forza del desiderio: «Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico. Se per un tempo sufficientemente lungo al posto di eroico e virtuoso si dice "fanatico", alla fine si crederà veramente che un fanatico sia un eroe pieno di virtù e che non possa esserci un eroe senza fanatismo».
L’inversione di senso, la mutazione delle parole, sono fenomeni che all’alba del Partito Unico, dell’irreggimentazione di massa, lasciarono sbalorditi i filologi più attenti per l’insidioso assalto ad un linguaggio da essi ritenuto consolidato. Nella moderna società tecnologica, dove tutto procede ad alta velocità in una frenesia che ha abolito ogni certezza rendendo precaria ogni cosa, i dizionari andrebbero rivisti quotidianamente. Col tempo, di fronte alla vanità di opporsi all’erosione del significato, è andato diffondendosi un relativo disinteresse al riguardo. O, per meglio dire, una noncuranza nei confronti della logica interna, della coerenza del discorso. Ci si è applicati a rendere mirabolante la forma che è sotto gli occhi di tutti, mutevole e disponibile come una merce, a scapito di un contenuto che ormai non appassiona più nessuno. Come se, in mezzo al marasma contemporaneo, non occorra prestare più alcuna attenzione al senso delle parole. Tanto, fare altrimenti equivarrebbe ad incaponirsi in una battaglia persa in partenza. Evitiamoci l’umiliazione della sconfitta. Appurato che il linguaggio è reversibile, appurato che la parola può sempre esprimere tutto e il suo contrario, non vale la pena perdere tempo a rincorrere un’inesistente e ormai poco interessante rigorosa precisione. Tanto vale usare il vocabolario che già si possiede, quello in dotazione a tutti, e giostrarvi all’interno. Questa realistica constatazione esenta dallo sforzo di inventare un linguaggio della libertà, facendo ricadere dritti nella grammatica dell’ordine.
Perché è questo il punto: non si parla senza conseguenze la lingua dello Stato. Si finisce per assimilarla, per introiettarla, per vivere all’ombra del suo modello e del suo significato. S’incomincia usandola per esprimere ciò che si pensa – così, per approssimazione, in mancanza d’altro, «tanto per intendersi» – e si finisce col pensare ciò che si afferma. Se per un tempo sufficientemente lungo invece di organizzazione sociale si dice «Stato», alla fine si crederà veramente che non possa esistere organizzazione sociale senza Stato. O attività senza lavoro. O azione trasformatrice senza politica. Se per contrastare l’annientamento della vita umana provocato dal dominio si è capaci solo di invocare i «diritti negati» o la «democrazia tradita», prima si farà campagna elettorale per il proprio politico di fiducia e poi si finirà come in Grecia a presidiare il Parlamento per difenderlo dai manifestanti arrabbiati.
Ma torniamo ai fatti di Roma. Perché sta dilagando la delazione anche all’interno del "movimento"? Perchè il trionfo della destra più becera e reazionaria sembra aver insegnato il segreto del successo: essere beceri e reazionari. E se la sinistra si è subito distinta nell’imitare le peggiori politiche della destra, il movimento ha ripreso i peggiori tratti della sinistra. Dopo aver rivalutato la Costituzione in chiave antifascista, la legalità in chiave antiberlusconiana, il tricolore in chiave antileghista, la religione in chiave antirazzista, cosa ci è rimasto di sovversivo? Nulla. Come in carcere e in caserma, in tutti gli spazi chiusi di coabitazione forzata dove aleggia il tanfo della coercizione, si è ottenuta una comunanza che con una mano di vernice ha nascosto le individualità precedenti creando nuove abitudini linguistiche. In questa maniera, dopo averle a lungo masticate, all’inizio a denti stretti e poi con maggior fervore, si sono inghiottite parole nocive che ora stanno sprigionando il loro effetto letale. Dopo aver intonato il mantra delle lotte sociali in cui ogni iniziativa deve senza meno essere condivisa («condivisione o Stato»), dopo aver preteso l’adeguamento del singolo all’azione collettiva («si parte assieme e si torna assieme»), dopo aver prescritto regole di comportamento ai manifestanti pena la loro esclusione dal movimento («a mani nude, a volto scoperto»), dopo aver ripetuto per la milionesima volta che l’operato delle istituzioni è «abusivo» e che la protesta è quindi «legittima», come ci si può meravigliare davanti alla furibonda reazione degli indignati a Roma? I nerovestiti – che arrivano mascherati, attrezzati, decisi a fare quello che hanno in mente senza chiedere permesso a nessuno – diventano per forza di cose loschi e sospetti (se non addirittura fascisti e infiltrati, emanazione di oscuri apparati di potere).

Non sono dispute sulle parole, non è vana pedanteria. Se non ci decidiamo a seppellire per sempre la lingua dello Stato finiremo col rimanere vittime del suo arsenico. Noi non vogliamo spostare i limiti del sedicente reale, vogliamo annullarli. Quello che per altri è allucinazione, per noi è evocazione. Il guaio del realismo è di sottomettere ai suoi dogmi non rivedibili ogni possibilità, impedendone così la messa in gioco. Offre una presa salda sugli avvenimenti, è vero, ma impedisce e reprime ogni via di fuga, riporta ogni prospettiva all’interno delle curve di crescita economica. I suoi ispettori penosi, che non ci lasciano all’uscita della scuola o del lavoro, continuano ad aggirarsi nelle nostre vite. Non si fidano, vogliono assicurarsi che un gatto lo chiamiamo gatto. Ma per attentare alla fragile esistenza delle cose, occorre anche scompigliare l’ordine del discorso, sottrarre il linguaggio alla sua servitù. Farla finita con le descrizioni del fatto, con gli studi di costume, con le apologie del pragmatico. Per andare dove nessuno è mai passato, se non si sceglie di fare silenzio («ma questo è autismo!»), bisogna dire ciò che nessuno osa proferire («ma non verremmo capiti!»). Il feticismo politico, quello che ha bisogno di contare i partecipanti ad una manifestazione, di far andare almeno in pareggio il bilancio della propria piccola impresa militante, non ha orecchio per questo genere di poesia. La può accettare solo come occasionale innovazione alla propria ammuffita propaganda. La politica, in qualsiasi modo venga declinata, ha l’assoluta necessità di credere solo a ciò che è successo, ovvero a ciò che è Stato.
Noi non saremo i cantori di questo mondo di realtà quantificate, di questo disastro che si impone a scapito di tutti i possibili, di questa sopravvivenza in cui ogni essere abolisce la propria singolarità nel valore d’uso. Non è qui che si possono scambiare altre voci, altri oggetti del desiderio. Contro un universo che produce, su ordinazione, sempre maggiore realtà, ovvero sempre più spettacoli, più sostituti virtuali, più fantasmi oggettivizzati, solo l’emancipazione dell’immaginario è in grado di consentire l’emergere di nuove esperienze di vita. Ecco perché vogliamo bonificare la nostra lingua dalle parole e dai concetti che non smettono di (farci) lavorare e militare. Perché siamo stanchi di essere trascinati in questi luoghi comuni, senz’altro affollati, pieni di brusio e di agitazione, ma dove si incontrano solo persone comuni con i loro pensieri comuni.

«L’idea di un letto di pietra o di piume mi è ugualmente insopportabile: che volete, non posso dormire che su di un letto di midollo di sambuco. Provate anche voi. Che comodità, vero?»

[3/11/11]

Finimondo
http://finimondo.org/node/514-%3Exxx




Seulement des mots ?

Vous avez vu la rage de beaucoup d’indignés, le 15 octobre dernier à Rome, face à ceux qui brisaient les vitres de plusieurs banques, ou des objets sacrés. Ils les ont insultés, bousculés, démasqués au grand bonheur des policiers. Ils n’acceptaient pas leur présence dans le cortège. Les gens qui protestent contre le massacre social imposé par le marché ont trouvé intolérable que l’on puisse endommager une banque. Ceux qui descendent dans la rue, fatigués d’une vie d’obéissance, se sont mis en colère. Face à l’acte iconoclaste réalisé par ceux qui n’entendent pas se mettre à genoux, pourquoi cette hargne viscérale face à des actions que la raison devrait permettre de comprendre, à défaut de les faire partager ? Comment est-il possible que la délation, une abjection qu’il fallait cacher, soit devenue une vertu à encourager même en dehors des commissariats ?

Depuis à peu près un siècle on se demande si la médiocrité de notre environnement ne dépend pas essentiellement de notre capacité d’énonciation. Si les chaînes de la reproduction sociale ne sont pas forgées directement dans nos têtes quand nous parlons, quand nous écrivons, quand nous exprimons nos idées et nos projets.

Nous communiquons nos tensions, ce qui nous anime et ce que nous voudrions réaliser. Mais les mots, nous ne les avons pas inventés, et par la façon dont ils nous ont été transmis, enveloppés dans leur livrée domestique, ils répondent tout au plus aux rappels à l’ordre. La fantaisie ne trouve pas de place dans le bloc monolithique de l’idéologie dominante, elle finit par rester coincée dans ses interstices. Ce qui a été dit et redit nous rive à cet univers commun, dans lequel tout le monde travaille, produit, consomme et fait même grève ; entre un salaire à gagner et une facture à payer, il n’y a pas de temps, pas d’occasion pour l’aventure.

Nous puisons les pensées et les concepts dans un imaginaire que nous percevons comme notre pour la seule raison que nous avons vécu dedans, un imaginaire que nous n’avons pas créé. C’est loin d’être l’une de nos créations, unique et originelle, arrachée à la banalité des lieux communs par une dure recherche et par une sélection. On nous a bourré le crane avec jour après jour, pré-fabriqué et pré-emballé. Nous l’avons seulement adapté à notre mesure. De là, nous avons intériorisé le respect de l’autorité, le sentiment d’« appartenance », la peur ou l’horreur de l’inconnu. De là nous avons aussi obtenu cette critique émoussée, incapable d’aller ailleurs, au delà des confins du déjà donné (celle qui, face aux dévastations du capitalisme est capable de revendiquer le maximum de marchandise sans logo, celle pour qui le conflit ne peut qu’être institutionnel et normatif). Ne pouvant se battre pour une existence totalement autre, elle se limite à réclamer une différente configuration de la même chose.

Cette réduction de l’horizon humain à une réalité aussi sordide que définitive, n’est pas un choix conscient, elle ne vient pas théorisée et justifiée, elle vient toute seule, elle s’impose avec la force de l’habitude.
Celui qui, par le passé, a eu le malheur d’être témoin de l’avènement du totalitarisme a observé que celui-ci ne s’est pas insinué dans la chair et dans le sang des personnes à travers les harangues, l’idéologie, les manifestations, les parades. Non, ce sont les expressions singulières, les phrases toutes faites, les locutions apparemment inoffensives, répétées infiniment, inscrites dans la mémoire, acceptées mécaniquement, qui ont préparé l’horreur. Le langage – comme cela a été souvent observé – ne se limite pas à créer et à penser pour nous, il dirige aussi nos sentiments, il oriente notre manière d’être.

La langue de l’État, celle qui nous a été enseignée depuis la naissance, celle uniquement capable de conjuguer Droits et Devoirs, n’est pas un instrument de communication neutre. C’est une machine de guerre contre le possible, une camisole de force du désir : « les mots peuvent être comme de petites doses d’arsenic : ingérées sans le savoir, elles semblent n’avoir aucun effet, mais après quelques temps, l’effet toxique se révèle. Si pendant un temps suffisamment long, on dit “fanatique” pour héroïque et vertueux, on finira par croire vraiment qu’un fanatique est un héros plein de vertus et qu’il ne peut pas exister de héros sans fanatisme ».

L’inversion du sens, la mutation des mots, sont des phénomènes qui à l’aube du Parti Unique, de l’enrégimentation des masses, ont stupéfié les philologues les plus attentifs par l’assaut insidieux donné à un langage qu’ils considéraient comme consolidé. Dans la société technologique moderne, où tout va à grande vitesse dans une frénésie qui a abolit toute certitude, rendant précaire chaque chose, les dictionnaires devraient être revus quotidiennement. Avec le temps, face à la vanité de s’opposer à l’érosion du sens, s’est développé un désintéressement relatif pour celui-ci. Où, pour le dire mieux, une insouciance par rapport à la logique interne, à la cohérence du discours. On s’est appliqué à rendre mirobolante la forme qui est sous les yeux de tous, mutante et disponible comme une marchandise, séparée d’un contenu qui désormais ne passionne plus personne.

Comme si dans le marasme contemporain, il ne fallait plus prêter aucune attention au sens des mots. De toute façon, faire autrement équivaudrait à s’obstiner dans une bataille perdue d’avance. Evitons-nous l’humiliation de la défaite. Compte-tenu du fait que le langage est réversible, compte-tenu du fait qu’un mot peut toujours exprimer tout et son contraire, ce n’est pas la peine de perdre son temps à la recherche d’une précision rigoureuse inexistante et désormais inintéressante.
Autant utiliser le vocabulaire que nous utilisons déjà, celui qui est à la portée de tous, en jonglant avec. Cette constatation réaliste nous exempte de l’effort d’inventer un langage de la liberté, nous faisant retomber tout droit dans la grammaire de l’ordre. Parce que c’est de ça dont il s’agit : on ne parle pas sans conséquences la langue de l’État. On finit par l’assimiler, l’introjecter. Par vivre à l’ombre de son modèle et de son sens. On commence par l’utiliser pour exprimer ce qu’on pense- comme ça, par approximation, par défaut, « pour se comprendre »- et on finit par penser ce qu’on affirme. Si pendant un temps assez long on dit « État » au lieu d’« organisation sociale », on finira vraiment par croire qu’il ne peut pas exister d’organisation sociale sans État. Ou d’activité sans travail. Ou d’action transformatrice sans politique.
Si pour combattre l’anéantissement de la vie humaine provoqué par la domination on est seulement capable d’invoquer les « droits niés » ou la « démocratie trahie », on commencera par faire une campagne électorale pour son politicien de confiance, puis on finira comme en Grèce par se rassembler devant le parlement pour le défendre des manifestants enragés.

Mais revenons-en aux événements de Rome. Pourquoi la délation se répand-elle au sein du « mouvement » ? Parce que le triomphe de la droite la plus vulgaire et réactionnaire semble avoir enseigné le secret du succès : être vulgaires et réactionnaires. Et si la gauche s’est subitement distinguée dans l’imitation des pires politiques de la droite, le mouvement a repris les pires traits de la gauche. Après avoir réévalué la Constitution d’un point de vu antifasciste, la légalité d’un point de vue anti-berlusconien, le tricolore d’un point de vue anti-Ligue du Nord, la religion d’un point de vu antiraciste, qu’est-il resté de subversif ? Rien. Comme en prison et à la caserne, dans tous les espaces clos de cohabitation forcée où flotte la puanteur de la coercition, nous avons obtenu une communauté qui a caché les anciennes individualités avec un coup de peinture, créant de nouvelles habitudes linguistiques.

De cette façon, après les avoir longuement mâchés, d’abord en serrant les dents, puis avec plus de ferveur, on a avalé des mots nocifs, qui maintenant libèrent leur effet létal. Après avoir entonné le mantra des luttes sociales dans lesquelles chaque initiative doit être obligatoirement partagée (« le partage ou l’État »), après avoir prétexté l’adaptation de l’individu à l’action collective (« on part ensemble et on revient ensemble »), après avoir prescrit des règles de comportement aux manifestants sous peine d’exclusion du mouvement (« les mains nues, à visage découvert »), après avoir répété pour la millionième fois que l’œuvre des institutions est abusive et que la protestation est donc « légitime », comment peut-on s’étonner devant la furieuse réaction des indignés de Rome ? Les vêtus-de-noir qui arrivent masqués, équipés, décidés à faire ce que bon leur semble sans demander la permission à qui que se soit, deviennent par la force des choses louches et suspects (pour ne pas dire « fascistes » et « infiltrés » ou émanation d’obscures appareils du pouvoir).

Il ne s’agit pas d’un débat sur les mots, ce n’est pas de la vaine pédanterie. Si nous ne nous décidons pas à enterrer pour toujours la langue de l’État nous resterons victimes de son arsenic. Nous ne voulons pas déplacer les limites du soi-disant réel, nous voulons les annuler. Ce qui est, pour d’autres, hallucinations, est pour nous évocation. Le malheur avec le réalisme c’est qu’il soumet toute possibilité à ses dogmes irréversibles, empêchant ainsi la remise en question. Il offre une prise stable sur les événements, c’est vrai, mais il empêche et réprime toute ligne de fuite, il ramène chaque perspective dans les courbes de la croissance économique. Ses pénibles inspecteurs, qui ne nous quittent pas à la sortie de l’école ou du travail, continuent à roder dans nos vies. Ils n’ont pas confiance, ils veulent s’assurer que nous appelons un chat un chat.

Mais pour attenter à la fragile existence des choses, il faut bouleverser l’ordre du discours, soustraire le langage à sa servitude. En finir avec les descriptions du fait, avec les études de coutume, avec l’apologie du pragmatique. Pour aller là où personne n’est jamais allé, si on choisit de ne pas se taire (« mais c’est de l’autisme ! »), il faut dire ce que nul n’ose proférer (« mais nous ne serons pas compris ! »). Le fétichisme politique, celui qui a besoin de compter les participants d’une manifestation, de faire l’équilibre des comptes de sa petite entreprise militante, n’a pas d’oreille pour ce genre de poésie. Il peut seulement l’accepter comme une innovation occasionnelle de sa propagande moisie. La politique, quelle que soit la façon dont elle est déclinée, a l’absolue nécessité de croire seulement à ce qui est arrivé, c’est-à-dire à ce qui a été [1].

Nous ne serons pas les chantres de ce monde de réalité quantifiées, de ce désastre qui s’impose au détriment de tous les possibles, de cette survie où tout un chacun abolit son individualité au profit de la valeur d’usage. Ce n’est pas ici qu’on peut échanger d’autres voix, d’autre objets de désir. Contre un univers qui produit, sur commande, une réalité toujours plus saturée, c’est-à-dire toujours plus de spectacle, plus de substituts virtuels, plus de fantasmes objectivés, seule l’émancipation de l’imaginaire est en mesure de permettre l’émergence de nouvelles expériences de vie.

Voilà pourquoi nous voulons libérer notre langue des mots et des concepts qui ne cessent de nous faire travailler et militer. Parce que nous sommes fatigués d’être trainés à l’intérieur de ces lieux communs, assurément plein de monde, de brouhaha et d’agitation, mais où on ne rencontre que des personnes communes avec leurs pensées communes.

« L’idée d’un lit de pierre ou de plumes m’est également insupportable : qu’est ce que vous voulez, je ne peux dormir que sur un lit de moelle de sureau. Essayez vous aussi. Quel confort, n’est-ce pas ? »

Traduit de l’italien par nos soins depuis [Finimondo].
http://finimondo.org/node/514-%3Exxx

Notes

[1] Ndt. “Ciò che è stato”, jeu de mot qui signifie à la fois en italien « ce qui a été » et « ce qu’est l’État


http://www.non-fides.fr/?Seulement-des-mots

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